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Economia

Vi spiego perché sui giornali non va fatto moralismo

Claudio Velardi sul Riformista si occupa di Leonardo Maria Del Vecchio che vuole comprare il Fatto Quotidiano.

Mi si perdoni l’autocitazione. Da qualche tempo ho avviato una riflessione settimanale su come stanno cambiando i giornali: proprietà, linee editoriali, governance. Un fenomeno enorme, di cui nessuno – ma proprio nessuno – parla seriamente. Che il tema fosse azzeccato lo confermano i fatti di queste ore. Leonardo Maria Del Vecchio, che nei mesi scorsi si è preso il Quotidiano Nazionale e il 30 per cento del Giornale, ha messo gli occhi sul Fatto Quotidiano. Sette milioni sul tavolo, un premio del 30 per cento sul prezzo di Borsa, la promessa di lasciare Travaglio al suo posto. Un’offerta annunciata domenica sera, cui i sette soci fondatori hanno risposto con un secco no. L’operazione, dunque, sembra nata morta. E viene spontanea una domanda: com’è possibile tanta insipienza? Lo statuto del Fatto impedisce a un singolo azionista di superare il 17 per cento, e per aggirare quel vincolo Del Vecchio ha posto come condizione il raggiungimento dell’82,9 per cento dei voti. Una soglia impossibile senza il consenso dei fondatori, per i quali quel giornale è una ragione di vita. Sembrerebbe un’offerta costruita per essere respinta. Oppure promossa per un altro motivo.

A settembre il Fatto aveva pubblicato un’inchiesta sui debiti del gruppo Del Vecchio, e lui aveva risposto per le rime, ricordando che a fargli i conti in tasca era un giornale con debiti multimilionari verso i fornitori. Ora Lmdv ha annunciato una due diligence sui conti di Seif, stimando che la società possa aver bisogno di altri quattro milioni nei prossimi due anni. Non posso dimostrare che il vero obiettivo sia guardare dentro quei libri più che comprare il giornale. Ma la coincidenza è abbastanza singolare da autorizzare qualche sospetto. Nel mercato dell’informazione la vendetta è un piatto che si serve con una bella due diligence. Al di là dell’esito, quello che colpisce è il silenzio intorno a questa operazione, come intorno alle altre che da qualche anno stanno cambiando le proprietà dei giornali italiani. Non se ne parla, o lo si fa con un pudore che nasconde una colossale ipocrisia, quella di non voler ammettere che i giornali sono imprese. Hanno chi li scrive, chi li edita, chi li paga. Vivono di equilibri economici, di conti che non tornano, di ricapitalizzazioni necessarie e di qualcuno disposto a farle. Il mito del giornale come comunità di spiriti liberi sospesa sopra l’economia è una favola che i giornalisti raccontano soprattutto a sé stessi. La realtà è semplice e brutale. Il modello che ha retto i giornali per un secolo non regge più, la carta crolla, il digitale non compensa, l’editoria ha bisogno di denaro fresco. Di questo si dovrebbe discutere a voce alta, invece di ridurre tutto a una lite fra ricconi e giornalisti permalosi.

E non c’è bisogno di distribuire patenti morali. Comprare un giornale è legittimo: è il mercato. Opporsi, come stanno facendo Travaglio e i suoi, è altrettanto legittimo: è sempre il mercato. Quelli che gridano all’assalto alla libertà di stampa o che sogghignano sul giornale che si barrica alimentano lo stesso equivoco. Certo, i giornali non producono bulloni. Producono informazione, orientano l’opinione pubblica, partecipano alla vita democratica. Ma proprio per questo è essenziale sapere chi li possiede, chi li finanzia, quali interessi rappresentano. Nascondere tutto dietro la retorica dell’indipendenza non difende la libertà di stampa, la rende solo meno trasparente. Concludo tornando a casa nostra. Io posso scrivere queste cose perché ho un editore che mi lascia una libertà assoluta. Quando sono arrivato al Riformista, Alfredo Romeo mi ha chiesto una cosa sola: fai un giornale libero, ma che sia un giornale garantista. Non a corrente alternata, non garantista con gli amici e feroce con gli avversari. È il patto che abbiamo stretto e che rispettiamo ogni giorno, anche quando si tratta di difendere le ragioni di qualcuno che non ci piace. Perché alla fine il punto è tutto qui. I giornali hanno bisogno di editori, di capitali, di imprese solide, e non c’è niente di scandaloso in questo. Lo scandalo, semmai, è fingere che non sia così. Un giornale è libero quando sa chi lo paga e lo dice ai suoi lettori, non quando finge di non avere padroni.

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