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Cultura

Carl Gustav Jung e i Septem Sermones ad Mortuos, un viaggio gnostico oltre l’ombra

woman in the bookstore selecting books

Marcella Matelli.

Il 1913 segnò la celebre e dolorosa frattura tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, un evento che ridefinì per sempre i confini della psicologia moderna. Alla base del loro distacco vi era una divergenza teorica radicale: mentre Freud considerava l’inconscio come un mero contenitore di materiale psichico rimosso, Jung lo percepiva come la sorgente originaria e pulsante della vita intera. Proprio l’incipit della sua autobiografia racchiude questa visione: «La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio». Fin dalla giovinezza, Jung aveva convissuto con la percezione interiore di una presenza “altra”, un soffio eterno legato all’infinito e allo spazio stellare.    Di fronte a queste potenti e talvolta terrificanti manifestazioni psichiche, lo psicoanalista svizzero non scelse la via della rimozione o del rifiuto, ma decise di affrontarle per comprenderne il significato profondo, scoprendo che proprio in quei contenuti inquietanti risiedevano le chiavi per la crescita e l’evoluzione personale.

Questo cammino di esplorazione interiore si intrecciò inevitabilmente con i suoi studi sullo gnosticismo, il movimento filosofico-religioso del II e III secolo d.C. basato sulla gnósis, un insegnamento segreto che si riteneva riservato da Gesù a pochi discepoli. Nel sistema gnostico spicca la figura di Abraxas, il Demiurgo platonico inteso come il creatore del mondo materiale.

Nel 1916, immerso in una profonda crisi creativa e spirituale, Jung visse un’esperienza straordinaria: assumendo le vesti di Basilide – il celebre pensatore gnostico di Alessandria – compose, in uno stato assimilabile alla trance, i Septem Sermones ad Mortuos (I Sette Sermoni ai Morti).                                                                                                                                                            La stesura di questo enigmatico libretto, sconosciuto ai più, fu preceduta da una serie di eventi inspiegabili all’interno della dimora dello psicoanalista. Come raccontato da Jung stesso nel 1961, l’atmosfera domestica era diventata densa e soffocante: i suoi figli, ancora piccoli, lamentavano la presenza di spettri che vagavano per le stanze disturbando il sonno, e il campanello di casa prese a suonare ripetutamente senza che ci fosse nessuno alla porta.

La tensione toccò il culmine quando Jung percepì la folla di spiriti cantare una frase desolata: “Ritorniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato quel che cercavamo”. 

I Sermoni rappresentano il nucleo primordiale e la prima vera manifestazione della complessa architettura teorica junghiana. L’opera ruota attorno alla necessità di riconoscere, integrare e bilanciare il polo positivo e quello negativo della psiche, ab initio in chiave gnostica, poi in chiave analitica e, infine in chiave teologica. Consapevole della portata dirompente di queste riflessioni, Jung stesso dichiarò nel 1938 di non aspettarsi che un cristiano credente seguisse pensieri simili. Come avrebbe sottolineato in seguito l’analista James Hillman nel 1987, queste riflessioni non nascono per chi possiede già le certezze della fede, ma per quella moltitudine che vive nell’oscurità, per cui il mistero è sommerso e “Dio è morto”. Come sigillo a un’opera già profondamente misteriosa, Carl Gustav Junginserì in chiusura del documento un misterioso anagramma segreto, una formula di cui non volle mai rivelare la soluzione e che rimane ancora oggi un enigma irrisolto per studiosi e appassionati: ‘NAHTRIHECCUNDE – GAHINNEVERAHTUNIN ZEHGESSURKLACH –  ZUNNUS’.                                                                                                         Un segreto crittografato che lo studioso ha portato con sé nella tomba, lasciando ai posteri il compito di continuare a scavare nel mistero dell’anima umana e, al contempo, la cifra di un percorso che ha segnato la storia della moderna psicoanalisi.

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