Cofferati: “Cercchiamo di comprendere le ragioni del malessere giovanile”
Sergio Cofferati è uno che le piazze le conosce. Da segretario della Cgil, una volta portò 3 milioni di persone al Circo Massimo contro l’articolo 18. Conosce pure la sicurezza: primo cittadino di Bologna fu soprannominato sindaco-sceriffo per le misure sull’ordine pubblico. Ma guardando le immagini di questi giorni una cosa ci tiene a chiarirla più volte, soprattutto a uso di noi giornalisti: “Quelle piazze e queste sono fenomeni differenti. Impossibile e perfino inutile paragonarle”. Nel parla in una intervista con il Quotidiano Nazionale.
Cofferati, differenti in cosa? “Intanto quelli che vediamo in questi giorni sono tanti fenomeni differenti anche tra loro. L’unico filo conduttore è l’uso della violenza. E qui anche la risposta deve essere unica”.
Qual è? “La politica e i soggetti coinvolti devono ribadire in ogni contesto che la violenza va rifiutata sempre e comunque. Senza indulgenza. Da ambo i lati”.
La violenza è però indiscutibilmente indice di un problema. “Qui di problemi alla radice ce ne sono svariati. Vanno affrontati con un confronto tra le parti coinvolte, con trasparenza, con coraggio e cercando comprensione. Non violenza”.
Lei cosa ha compreso finora? “Intanto comprendere aiuta a distinguere tra gli elementi di sofferenza, e dunque di condizione oggettiva, da quelli strumentali, d’uso o materiali, come può essere appropriarsi di un paio di scarpe firmate”.
Gli spaccavetrine nascosti tra i manifestanti non ci sono sempre stati? “Le ripeto che questo continuo cercare di paragonare questi scontri a vicende del passato non ha molto senso: il presente ha ragioni nuove che abbiamo il dovere di individuare. Gli strumenti ce li abbiamo”.
Ne è sicuro? “Beh ad esempio è chiaro capire perché quei ragazzi stanno male. Perché non hanno condizioni materiali adeguate per realizzare prospettive formative, perché non sono in grado di trovare un’attività remunerata che gli renda la vita dignitosa, perché non hanno rappresentanza. Perché se hanno origini straniere si sono resi conto di non aver trovato qui una condizione diversa da quella che loro o i loro genitori hanno lasciato”.
Manifestare è dire: ci sono . “E questo è sacrosanto. Ma sta a noi contrastare la loro violenza per due motivi: impedire che facciano male e che si facciano del male. E dobbiamo farlo senza usare a nostra volta la violenza. Altrimenti daremmo loro una giustificazione. Alimenteremmo la spirale”.
È d’accordo con le misure del governo? “La prigione? Uno strumento antico, superato e usato maldestramente in tanti casi”.
Dunque che fare? “Questi ragazzi vanno contenuti in piazza e contestualmente vanno capite le loro ragioni, per poter dare loro una prima e immediata risposta. Devi sforzarti di apparire un interlocutore che vuole il loro benessere, perché così oggi non è ai loro occhi”.
Crede che ci sia una regia? “Qui c’è il secondo elemento di novità rispetto al passato. Perché l’organizzazione pare esserci ma non è chiara oppure tiene insieme più cose. Questo complica il quadro”.
L’altro tema è che la sinistra spesso continua a credere che la sicurezza sia un tabù. “Eppure nelle città è indispensabile. Ciò che forse genera il malinteso è che se la sicurezza tua diventa insicurezza per l’interlocutore non ottieni risultati”.
E quanto è in mano ai sindaci? “I sindaci sono il primo attore e hanno un compito ingrato, perché devono gestire la contingenza e al tempo stesso difendere i cittadini e cercare un’interlocuzione con i manifestanti. Per riuscirci bisogna agire subito. E con coraggio”.





