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Q8
Cultura

Intelligenza artificiale, social e qualità dell’informazione in una intervista con Luciano Floridi

Businessman touching head and AI icon on application network system.

Luciano Floridi, il filosofo più citato al mondo secondo la classifica Stanford-Elsevier pubblicata nell’ottobre 2026, direttore del Digital Ethics Center di Yale, sarà tra i collaboratori del nuovo QN. Firmerà, fra l’altro, la rubrica mensile Sinopie: “Il nome dice già che cosa i lettori troveranno sul giornale – spiega il professor Floridi – La sinopia è il disegno che il pittore traccia sull’intonaco preparatorio, con una terra rossa che prende il nome da Sinope, sul Mar Nero”. In questa intervista con David Allegranti pubblicata dal Quotidiano Nazionale, l’autore de Il nodo etico. Informazione e valori nella società digitale (Raffaello Cortina Editore), con il quale ha vinto il Premio Strega Saggistica Internazionale 2026, e di Etica dell’intelligenza artificiale (Raffaello Cortina Editore) descrive le sfide che attendono lettori e cittadini sul fronte dell’informazione, della cultura digitale e dell’intelligenza artificiale. La democrazia liberale e il concetto di verità sono sotto attacco in una società contaminata dalla postverità e dalle manipolazioni degli imbonitori politici. Ecco perché servono giornali in buona salute: la qualità della democrazia dipende anche (ma non solo) dalla qualità dell’informazione.

Professor Floridi, ci sono due istituzioni sotto attacco. La democrazia liberale e la verità sostanziale dei fatti. Hegel diceva che la filosofia è come la nottola di Minerva, inizia il suo volo solo al crepuscolo. A cose fatte, in sostanza. Nell’epoca della post-truth society, in cui 2 + 2 non fa più 4, a che cosa può servire un giornale? E la filosofia?

“Hegel aveva torto. L’idea che la filosofia metta ordine solo alla fine è una visione datata, che gran parte della filosofia stessa non condivide. Un’analogia migliore percorre tutto il pensiero occidentale, sin dall’antichità. La filosofia si sveglia all’alba perché va a caccia della verità. Il modello è il cane di Crisippo, il filosofo stoico, che insegue la preda fino a un trivio, fiuta due percorsi, non trova niente e imbocca il terzo senza fiutarlo, avendo ragionato per esclusione, mentre corre e cerca, anticipando e prevenendo. Montaigne riprende il cane; Hume accosta la filosofia alla caccia. Per questo la filosofia andrebbe capita e insegnata non come storia delle idee, ma come design concettuale, per costruire ed esplorare possibilità, e progettare e decidere meglio che cosa fare. Il giornale serve a far sì che, su ciò di cui ci informiamo, rispondano persone affidabili e competenti che si possono interpellare. Tutti sappiamo che il fumo provoca il cancro ai polmoni, ma se qualcuno lo mette in dubbio, possiamo delegare la verifica a chi ha le competenze per rispondere, con un nome e un’istituzione alle spalle; la postverità comincia dove questa catena di fiducia, delega, responsabilità e competenza si spezza. L’espressione ‘verità sostanziale dei fatti’ deriva dalla legge del 1963 sulla professione giornalistica, che la rende un obbligo inderogabile per il giornalista, e dal 1948 ogni testata ha un direttore responsabile, che ne risponde anche in tribunale. Le piattaforme non hanno gli stessi obblighi editoriali: le norme americane del 1996, firmate da Clinton, ed europee del 2000 hanno previsto ampie esenzioni di responsabilità per i contenuti degli utenti, con regole diverse. Una scelta sbagliata, mai davvero superata. Già allora obiettavo che una piattaforma costruisce un ambiente, e chi costruisce e gestisce un ambiente risponde della sua natura e sicurezza”.

In un suo libro del 2014, uscito in italiano nel 2017 con il titolo di “Quarta rivoluzione”, Lei analizzava le tecnologie del sé e gli effetti del maggior tempo trascorso nell’infosfera. Un infinito flusso di coscienza, sempre più frammentata con l’aumentare della tecnica a nostra disposizione, tra post, video, audio. Una sorta di ipernarrazione minuto per minuto. Oltre dieci anni dopo, e senza voler apparire luddista nel porre questa domanda, siamo tutti sopraffatti da noi stessi e soprattutto dalla tecnologia di noi stessi?

“Direi che la diagnosi di quel libro ha retto. La rivoluzione digitale, dopo quelle di Copernico, Darwin e Freud, ci ha tolto la centralità nell’infosfera (l’ambiente digitale e analogico in cui viviamo) che condividiamo con agenti artificiali sempre più capaci. Oggi, la narrazione non è più soltanto nostra, dato che l’intelligenza artificiale, oltre a registrare il sé che raccontiamo, lo prevede e lo corregge, dal sistema che propone il prossimo video all’assistente che riscrive un messaggio. La tecnologia, però, restituisce ciò che le chiediamo, quindi ciò che manca è una cultura del controllo sulla tecnologia. Provenendo da una cultura massmediatica passiva, siamo ancora soprattutto utenti di servizi e abitanti di ambienti progettati da altri per fini non nostri, ma una buona cultura digitale permette di essere governanti, progettisti, regolatori, gestori e decisori dei nostri ambienti. L’infosfera è cresciuta in modo incontrollato, senza un piano regolatore; è un peccato e si può ancora riparare, ma soprattutto non dovremmo ripetere l’errore con l’IA”.

L’intelligenza artificiale emette una sovrabbondanza di informazioni (ma anche di non-informazioni, di rumore). Ma che cosa ce ne facciamo di tutte queste informazioni, di questi dati? Ne abbiamo davvero bisogno? Prendo in prestito un concetto espresso dal professor Emilio Santoro, filosofo del diritto, sul populismo penale: “Beccaria ha insegnato e gli studenti lo imparano al primo anno di giurisprudenza: più sono le norme che prevedono fattispecie di reato più è difficile condannare una persona”. Lo stesso discorso non potrebbe valere anche per l’eccesso di informazioni? Quello che rischia di mancare, alla fine, è la capacità di selezionare.

“L’osservazione vale solo in parte, poiché la variabile decisiva è la qualità. Moltiplicare le leggi può rendere più difficile giungere a una sentenza, perché una giustizia sommersa dalle norme fatica a decidere. Allo stesso modo, moltiplicare i contenuti può rendere più difficile capire che cosa sia vero, dato che ogni giudizio richiede tempo. Tuttavia, come nel caso delle leggi, se i contenuti sono di qualità e affidabili, la quantità favorisce il pluralismo e l’innovazione. L’analogia vale anche per gli alimenti: se sono buoni e sani, l’abbondanza è benvenuta. Oggi, quando produrre contenuti costa sempre di meno e verificarli costa sempre di più, la nuova scarsità non è l’informazione ma l’affidabilità, e un giornale che pubblica meno e controlla di più fa per l’informazione quello che Beccaria chiedeva per le leggi, cioè che fossero chiare e conoscibili. La capacità di selezionare c’è; il rischio è di delegarla male. Molti servizi selezionano già per noi, con criteri che non abbiamo scelto e che servono a trattenerci più che a informarci, mentre la selezione che informa ha bisogno di qualcuno che lo faccia con criteri dichiarati e ne risponda. È il mestiere di una redazione, che consiste anche nel decidere che cosa pubblicare o meno, quando e come. Il buon giornalismo resta una condizione vitale di ogni democrazia; quello cattivo contribuisce a smantellarla. Purtroppo lo vediamo anche in paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Italia”.

Se i social sono un prodotto, e quello che gli utenti dicono sui social – in forma scritta, audio o video – è un prodotto, forse abbiamo un problema etico. O quantomeno deontologico. È nota la battaglia con Facebook, che dice di non essere un editore nonostante nei fatti lo sia diventato. La faccio più breve di quanto vorrei. Se i grandi capitalisti della Silicon Valley sono i nuovi padroni dei mezzi di produzione, non rischiamo di essere noialtri semplici utenti dei social dei sottoproletari pagati in visibilità e in viralità?

“Il problema etico esiste, ma non è quello di Marx. Se mi passa una battuta: il proletariato è finito con le cambiali, cioè quando chi è pagato per il proprio lavoro diventa il consumatore a cui si vende a credito rateizzato il prodotto del lavoro stesso. Oggi si fa con le carte di credito. Sui social l’utente comune di norma non è pagato; la visibilità che riceve serve a trattenerlo. I suoi dati restano alle piattaforme, che li usano, non li vendono, per la pubblicità, vale a dire per vendere agli inserzionisti la nostra attenzione, scarsa per natura. Credo che un’analogia storica più calzante sia quella della recinzione delle terre comuni inglesi, tra il Cinquecento e l’Ottocento, quando terre soggette a diritti d’uso comune furono recintate e quei diritti soppressi. Lo spazio della conversazione pubblica, aperto a chiunque dal Web, è stato recintato da pochi, che ne affittano l’accesso in cambio di attenzione. Abbiamo perso luoghi sociali che avremmo potuto avere; un reddito per gli utenti non c’è mai stato. Se le cose stanno così, allora la soluzione sta nel riconoscere che i social media sono gestori di spazi pubblici, anziché continuare a chiedersi se siano editori (facendone dei censori) o compagnie telefoniche (assolvendoli). E chi crea e gestisce un ambiente ne risponde, con trasparenza sui criteri di selezione e di accesso, responsabilità per ciò che si lascia circolare o si amplifica, e diritto degli utenti di muoversi in altri spazi (portarsi via dati e contatti). L’Europa va nella direzione giusta con il Digital Services Act, applicabile dal 2023 alle prime grandi piattaforme, e le norme sulla portabilità”.

Nel libro “La differenza fondamentale” Lei affronta la leadership potenziale dell’Unione Europea per costruire un’Intelligenza Artificiale più affidabile. I competitor globali sono ovviamente Cina e Stati Uniti. Paesi ricchi e attrezzati. L’Ue è costantemente sotto osservazione, sempre criticata per la sua incapacità di decidere, frutto di mille compromessi. Lei ritiene che un modello open source potrebbe essere vantaggioso per l’Europa. Perché?

“Sul digitale, l’Unione ha deciso più di chiunque: dal Gdpr sui dati personali al Digital Services Act e al Digital Markets Act sulle piattaforme, dal Data Act sull’accesso ai dati all’AI Act, fino all’European Media Freedom Act sulla libertà dei media; ciò che manca è una capacità industriale adeguata: le regole, da sole, non garantiscono l’autonomia tecnologica. La corsa ai modelli di frontiera si vince non solo con i centri di calcolo, dove l’Europa è all’avanguardia, ma anche con chip e imprese innovative, e su questo terreno temo che la gara sia impari. Per questo bisogna cambiarla: la gara alternativa, aperta e vincibile, è l’open source (codice, parametri e informazioni sui dati, con libertà d’uso, modifica e condivisione), che al momento è l’unica forma di sovranità capace di trasformare le debolezze europee in vantaggi. Ventisette Stati che non si accordano su una strategia industriale unica e coerente possono contribuire a un bene comune, basti pensare al Cern. L’open source converte la regolamentazione da costo a standard di qualità che un modello aperto può dimostrare di rispettare; la fiducia, che è il vero marchio europeo, diventa verificabile. E una versione scaricata con licenza aperta resta utilizzabile anche se il fornitore cambia politica, il che conta per un continente che dipende da modelli non solo americani ma sempre più cinesi. Vorrebbe dire sovranità su una delle infrastrutture decisive per il nostro futuro. L’idea ha due precedenti solidi, il Web e Linux, le infrastrutture aperte su cui gira il mondo, nati in Europa, a Ginevra nel 1989 e a Helsinki nel 1991, mentre le piattaforme che dominano la conversazione pubblica globale non sono europee. Il nostro talento sta nelle infrastrutture che tutti usano più che nelle piattaforme che tutti pagano. Così si gioca in casa. Ma chiudo qui. Ne scriverò su QN a gennaio, illustrando una proposta concreta, con un ruolo di leadership per l’Italia. Si può fare, ma ci vuole la volontà politica”.

Professore, lei sarà un collaboratore di questo giornale. Conosce il progetto che vedrà la luce il 5 novembre. Può anticipare al nostro lettore che cosa troverà nei suoi interventi?

“Volentieri. Il nome della rubrica, Sinopie, dice già che cosa troveranno. La sinopia è il disegno che il pittore traccia sull’intonaco preparatorio, con una terra rossa che prende il nome da Sinope, sul Mar Nero. Ce ne sono alcune bellissime, medievali, quelle di Mezzaratta, nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, che conserva anche i relativi affreschi. A pensarci bene, oltre a stare sotto qualcosa, è anzitutto un progetto per qualcosa. È ciò che proverò a fare ogni mese, partendo da alcuni fatti vissuti (si pensi a una lista d’attesa), per spiegare che cosa li produce, e dire che cosa si potrebbe fare, al condizionale e ragionevolmente, per ‘fare meglio insieme’, come mi piace dire. Il primo disegno, a novembre, riguarda le scarsità, quelle che la natura ci impone e quelle che decidiamo di accettare. Speriamo che sia una bella sinopia”.

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