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Cultura

La fiaba e gli archetipi, lo specchio incantato dell’anima umana

woman in the bookstore selecting books

Marcella Matelli.

Nulla è apparentemente più semplice, più magico e più intimamente legato alla nostra infanzia del mondo delle fiabe. Comune al vissuto di ognuno di noi, questo universo fantastico si rivela spesso una sorprendente fonte di riflessioni profonde e persino divertenti. Dopo aver esplorato la natura della favola classica – in particolare attraverso l’opera moralistica di Fedro – e averne analizzato il meccanismo narrativo, potrebbe sembrare che il più sia fatto. Eppure, dietro la superficie dorata del mondo fatato c’è ancora molto da scoprire. Se da bambini, e poi da adulti, siamo stati capaci di abbandonarci all’incantamento di storie e film costruiti su questo genere, è perché la struttura della fiaba tocca corde universali. Entriamo con naturalezza in contesti imprecisati nello spazio e nel tempo, riconosciamo all’istante l’eroe e il cattivo, la principessa e la strega. Ci  immedesimiamo nelle peripezie del protagonista, soffriamo per le sue prove e ci emozioniamo, talvolta fino alle lacrime, per l’immancabile lieto fine. Ma perché continuare a parlar di fiabe? Cosa si nasconde dietro un genere solo apparentemente “facile”? La risposta è tanto semplice quanto arcaica: il bisogno di scoprire ciò che si muove dietro la narrazione, quel meccanismo segreto capace di suscitare in chiunque una straordinaria intensità emotiva.    Per comprendere questo legame profondo, esiste una piccola storia illuminante che ridefinisce il rapporto tra realtà e finzione:

“ Si racconta che la Verità indossasse un abito modesto e vivesse tutta sola. Un giorno decise di andare fra la gente, ma nessuno voleva accoglierla: chi la incontrava fuggiva sprangando la porta. Umiliata e delusa, la Verità si avviò per una solitaria strada di campagna, dove incontrò una bella signora vestita di sete e merletti, ornata di gioielli falsi ma sfavillanti: era la Fiaba.

«Buon giorno», disse la Fiaba cordiale. «Dove vai sola soletta e così triste?»
«Tutti scappano da me e nessuno vuole ascoltarmi», rispose malinconicamente la Verità.
«Vedi», replicò la Fiaba, «tu sbagli perché ti presenti “nuda e cruda”, sei troppo disadorna! Io, invece, con questi bei vestiti variopinti sono accolta bene dappertutto. Ho un’idea: nasconditi sotto il mio mantello e andiamo insieme per il mondo come due sorelle. Converrà a entrambe: i saggi mi accoglieranno quando capiranno che nascondo la Verità, e gli sciocchi ti accetteranno perché sarai luccicante dei miei gioielli”.

Questo racconto offre un primo, lucido esempio di archetipo mentale. La Verità, nella sua schiettezza, è spesso difficile da accettare tuttavia, se viene rivestita d’immaginazione e si trasforma in fiaba, diventa fruibile e universale. Il messaggio duro e scomodo riesce così a superare le nostre difese emotive, filtrato dai colori sfavillanti del mantello della fantasia.  Questo gioco di specchi mette in luce la complessa dinamica tra la verità e l’ipocrisia, intesa soprattutto come menzogna verso se stessi e mancata accettazione della propria natura. Si tratta di una dualità che abita stabilmente i nostri pensieri: come dire dunque  una verità sapendo quanto possa ferire? Spesso si preferisce tacerla o ammorbidirla, eppure dentro di noi restiamo perfettamente in grado di riconoscerla.

Nella celebre fiaba di Biancaneve questa scissione interiore è evidente nel contrasto tra la protagonista e la Regina Matrigna laddove Biancaneve rappresenta l’anima pura, l’eroina buona e inconsapevole mentre la Matrigna incarna l’archetipo delle passioni umane più oscure, quali l’invidia, la superbia, la paura della vecchiaia e il rifiuto del declino estetico, spinti fino alla crudeltà del tentato omicidio.

A far da sfondo ci sono poi i  Sette Nani e il Principe che  ricoprono i ruoli archetipici, teorizzati anche in narratologia, di aiutanti e di eroe salvatore.

La storia è inoltre densa di simboli ancestrali. La mela avvelenata richiama l’emblema biblico del peccato originale; lo specchio rappresenta il riflesso di ciò che siamo o che vorremmo disperatamente essere, evocando dinamiche letterarie immortali come il patto col diavolo nel Ritratto di Dorian Gray. Gli archetipi, dunque, non sono invenzioni infantili, ma le fondamenta stesse della letteratura e della cultura umana.  Chi crede che la fiaba sia solo un intrattenimento per bambini commette un errore di valutazione. Certo, i bambini sono “spugne” ricettive che utilizzano queste storie per orientarsi lungo i sentieri dell’esistenza, ma il messaggio è rivolto anche agli adulti. L’uomo moderno, dominato da un intelletto freddo e da una razionalità utilitaristica, ha spesso perso la capacità di accostarsi alla fiaba con animo aperto. Questo eccesso di materialismo ha finito per inaridire l’essere umano, allontanandolo dalla percezione della propria componente spirituale. Proprio come reazione a questo inaridimento, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una potente riscoperta del fantastico. Il successo planetario di saghe come Harry Potter o Il Signore degli Anelli dimostra quanto i più giovani, e non solo loro,  abbiano fame di simboli e di immaginazione. Parallelamente, anche il mondo adulto sta vivendo un rinnovato bisogno di spiritualità, che si manifesta sia nell’interesse per le tradizioni religiose orientali o per la New Age, sia nella riscoperta delle radici cristiano  cattoliche, dei suoi santi e dei suoi mistici.

Esiste, in conclusione, una ragione precisa per cui le fiabe sopravvivono ai secoli e presentano le medesime caratteristiche in quasi tutte le culture, da Oriente a Occidente.  Il loro compito antropologico e psicologico non è mai cambiato: esse servono a stimolare, nutrire e bilanciare quelle che  una tradizione filosofica definisce le  tre forze animiche ovvero il pensare, il sentire e il volere. E’ attraverso il velo della fantasia che  la fiaba continua a parlarci di noi stessi, ricordandoci chi siamo e quali prove ‘iniziatiche’ dobbiamo superare per conquistare il nostro personale “lieto fine”.

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