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Maria Montessori, la Signora delle Mille lire e la rivoluzione dimenticata del bambino

woman in the bookstore selecting books

Marcella Matelli.

C’è stato un tempo in cui il volto di Maria Montessori entrava ogni giorno nelle case degli italiani. Era stampato sul recto della banconota da Mille lire, l’unica della nostra storia monetaria a tributare un simile omaggio a una donna. Su quel pezzo di carta filigranata, la scienziata appariva con i tratti amorevoli e rassicuranti di una nonna; sul verso, invece, era raffigurata nei panni di una maestra che osserva un allievo intento a fare i compiti, mantenendo una precisa distanza, senza intervenire. In quel binomio visivo si nascondeva il cuore pulsante del suo metodo: “Aiutiamoli ad imparare da soli”.

Eppure, a dispetto di un’eredità che ha conquistato il mondo intero – dagli Stati Uniti all’India –, in Italia Maria Montessori rimane una figura paradossale: universalmente celebre, ma profondamente poco conosciuta dal grande pubblico e spesso trascurata sia dalle istituzioni scolastiche sia dagli stessi addetti ai lavori.

Nata a Chiaravalle, nel 1870, e cresciuta in una famiglia borghese dagli ideali cattolico-liberali, Maria mostra fin da giovane una spiccata predilezione per le materie scientifiche.  Il padre spera per lei in un futuro da insegnante, ma la giovane Montessori rompe ogni convenzione sociale. Rimasta esclusa da ingegneria, si iscrive alla facoltà di Medicina a Roma, sfidando il giudizio dell’opinione pubblica del tempo, che riteneva le donne biologicamente inadatte a tali studi.

Nel 1896 si laurea con una tesi sperimentale in psichiatria, diventando la prima donna medico dell’Italia unita. Nella Capitale non si limita alla professione: frequenta i cenacoli della nascente psichiatria e si unisce ai primi movimenti femministi che lottano per la parità dei diritti di genere.

La vera svolta intellettuale e umana avviene intorno al 1900, durante il lavoro di ricerca presso il manicomio romano di Santa Maria della Pietà. Qui la dottoressa Montessori scopre una realtà drammatica: i bambini con disabilità psichiche o disturbi del comportamento – definiti all’epoca “oligofrenici” – vengono reclusi insieme agli adulti malati di mente, in uno stato di totale abbandono affettivo e degrado umano.

Insieme al collega Giuseppe Montesano, con cui stringe anche un’intensa e tormentata relazione amorosa, Maria solleva il caso davanti all’opinione pubblica. La sua intuizione è rivoluzionaria: la risposta al disagio di questi bambini non è medica, ma educativa.          Studia i lavori dei pionieri francesi Jean Marc Itard ed Édouard Séguin, e si convince che l’educazione dei sensi sia la strada maestra per sviluppare l’intelligenza.

Nel 1907, nel quartiere periferico e degradato di San Lorenzo a Roma, fonda la prima “Casa dei Bambini”: è l’inizio di una rivoluzione pedagogica globale.                    L’ambiente viene interamente progettato a misura di bambino: tavoli, armadietti e scaffali sono proporzionati e accessibili, pensati per favorire l’autonomia. Il gioco diventa il “cibo per la mente” e il materiale didattico strutturato permette l’autocorrezione dell’errore senza il giudizio o l’intervento diretto del docente, per la Montessori, infatti,  la mente del bambino è una “mente assorbente”: non una spugna passiva, ma un organo vitale capace di assimilare e trattenere gli stimoli del mondo esterno per costruire la propria personalità.

La vita pubblica straordinaria di Maria Montessori fa da contraltare a un privato doloroso e    complesso. Dalla relazione con Montesano nasce nel 1898 il figlio Mario. Per evitare lo scandalo sociale, il neonato viene affidato a una famiglia della campagna romana e solo dopo molti anni Maria potrà presentarlo pubblicamente come figlio quando entrambi saranno costretti a fuggire in Spagna nel 1934.

Anche il rapporto con la politica fu tormentato. Inizialmente sostenuta dal regime fascista,   nel 1924 nacque l’Opera Nazionale Montessori per la formazione degli insegnanti, ma la pedagogista entrò presto in rotta di collisione con la dittatura. Le critiche del pedagogista idealista Giuseppe Lombardo Radice, che accusava il metodo di non essere abbastanza “italiano”, e soprattutto l’inconciliabilità tra il pacifismo internazionalista della Montessori e il militarismo del regime, portarono alla rottura definitiva. Nel 1934 Mussolini ordinò la chiusura di tutte le scuole montessoriane  costringendola all’esilio.

Durante la seconda guerra mondiale, Maria Montessori si rifugia in India, dove viene internata dagli inglesi in quanto cittadina di un paese nemico. Nonostante la prigionia, grazie anche al sostegno degli esponenti della Società Teosofica, le viene concesso di insegnare, permettendole di verificare la validità universale del suo metodo anche in contesti culturali completamente diversi.

Al suo rientro in Europa, a guerra finita, viene accolta ovunque con i massimi onori e ricevuta solennemente anche dal Parlamento italiano. Ma la scienziata rimase sempre distante dalle formalità, commentando con sferzante ironia:

“Io vi indico il bambino, la sua ricchezza interiore e voi non lo vedete. Preferite guardare il mio dito che lo indica, ammirarlo, dire che è bello!”.

Negli anni, la figura della Montessori ha suscitato accesi dibattiti in ambito pedagogico, in particolare il tono quasi profetico ed escatologico dei suoi ultimi scritti, che consideravano il bambino come un “messia” e l’educazione come l’unica luce contro i mostri dell’ignoranza, le costò dure critiche da parte di alcuni intellettuali cattolici, che la bollarono come “anticristiana” proprio  a causa della sua vicinanza alla Società Teosofica. Studi recenti hanno tuttavia ridimensionato questa frattura, mostrando una profonda e autentica spiritualità che non escludeva l’orizzonte di un’educazione religiosa.

Maria Montessori si è spenta a 82 anni il 6 maggio 1952 a Noordwijk, in Olanda, cittadina affacciata sul Mare del Nord, dove riposa. Sulla lapide è incisa una frase:

“Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo”.

Oggi la sua eredità vive nelle migliaia di scuole sparse nei cinque continenti, pronte a ricordarci che per cambiare il mondo bisogna prima di tutto saper guardare l’infanzia con gli occhi della libertà, del rispetto e dell’autonomia.

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