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Esteri

Ecco perché Trump ha sferrato un duro colpo all’Ucraina e all’Europa

Paolo Gnes su InPiù analizza i motivi dell’attacco di Trump a Zelensky. In discesa nei sondaggi per le elezioni di mid-term (3 novembre), Trump ha sospeso, unilateralmente e senza consultare gli alleati, il blocco alle importazioni di idrocarburi dalla Russia, sollecitando in particolare l’incremento delle forniture di gasolio agli Usa nel tentativo di calmierare il forte aumento dei prezzi, mal sopportato dagli agricoltori, suoi importanti elettori. Ma la posta in gioco dell’intesa con Putin va ben oltre e riguarda direttamente la sopravvivenza di Zelensky. “E’ arrivato il momento – ha detto Trump – che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, un nuovo leader che stringa un’intesa. … E’ meglio che (Zelensky) la smetta di colpire le raffinerie russe, danneggiando il mondo e i nostri agricoltori.” Apprendiamo dunque che il responsabile della crisi energetica e delle sue nefaste conseguenze su inflazione e crescita non è Trump, che con la sua dissennata guerra all’Iran ha causato il blocco di Hormuz e la crisi di Bab al Mandab, ma Zelensky, che, per difendersi dalla disumana distruzione del suo paese causata dagli incessanti attacchi russi, ha risposto colpendo le loro raffinerie. Così come il nemico della pace non è Putin, che ha aggredito l’Ucraina massacrandola da quasi cinque anni, ma sempre Zelensky, che rifiuta di arrendersi per consentirgli di completarne l’assoggettamento. Riscrivendo la storia recependo la narrazione di Putin, Trump mira a fare di Zelensky il capro espiatorio dei suoi misfatti e a giustificare la svolta a favore di Putin, che rende l’Ucraina merce di scambio sul tavolo dei loro affari.
 
Che succederà ora? La conferma della svolta di Trump e la reiterata minaccia di sospendere ogni supporto se non saranno eseguite le sue richieste costituiscono un duro colpo per l’Ucraina e per l’Europa, che peraltro ha contribuito al formarsi di questa situazione con l’insufficiente determinazione e prontezza delle sue decisioni e l’inerzia nel dotarsi della struttura e delle risorse necessarie per la sua difesa. L’attacco personale a Zelensky colpisce il perno della resistenza ucraina e lo sblocco unilaterale delle importazioni di idrocarburi russi, unitamente all’intimazione di sospendere gli attacchi alle raffinerie che li producono, priva l’Ucraina della possibilità di negoziare reciprocità di comportamento dalla Russia con la cessazione dei bombardamenti. Non tutto è perduto, tuttavia. Zelensky ha governato bene, nonostante la piaga della corruzione, una situazione difficilissima, mantenendo il controllo delle forze armate e sviluppando una moderna ed efficiente industria della difesa. Dato l’ampio appoggio di cui ancora gode nella popolazione, potrebbe essere rieletto o comunque difendersi da tentativi esterni di cambio di regime finchè manterrà il controllo del paese. E’ necessario che l’Europa lo sostenga compatta, nonostante il silenzio di Palazzo Chigi. Nella prospettiva di un possibile disimpegno americano, tale condizione dipende dalla possibilità e volontà di supporto dell’Europa e degli altri “volonterosi”. Difendere da soli l’Ucraina non sarebbe facile, ma abbandonarla dopo che è divenuta virtualmente parte dell’UE e componente essenziale della sua difesa sul fronte orientale sarebbe una disfatta strategica che ne comprometterebbe, se non la continuità, certamente la possibilità di aspirare a un futuro degno del suo passato.

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