Il Risorgimento delle donne, da madri a cittadine nel nome della libertà
Marcella Matelli.
La storia del Risorgimento italiano viene spesso raccontata attraverso le gesta di grandi eroi, pensatori e strateghi politici. Eppure, dietro le quinte di questo straordinario processo di unificazione e rinnovamento, si snoda il percorso – tormentato e tortuoso – delle donne italiane. Per loro, la lotta per l’unità nazionale coincise con una profonda rivoluzione personale e sociale: l’affermazione del diritto alla partecipazione politica, l’accesso allo studio e l’emancipazione da un ruolo subalterno e marginale. Lungo l’arco risorgimentale, le donne vissero una progressiva maturazione, prendendo coscienza dell’esigenza di non essere più considerate soltanto madri, figlie, mogli o sorelle, ma vere e proprie cittadine. Per rintracciare le matrici del Risorgimento come movimento attivo, è necessario guardare alla Rivoluzione Napoletana del 1799. Sebbene non aspirasse ancora all’unità nazionale, quel moto ebbe il merito storico di calare nella realtà le idee libertarie dell’Illuminismo. In questo scenario emerse la figura monumentale di Eleonora Fonseca Pimentel (1752-1799). Donna di straordinaria intelligenza e vasta cultura, stimata dai contemporanei come poetessa, studiosa e rigorosa giornalista, Eleonora fu l’anima della Repubblica Partenopea. Attraverso le pagine del giornale Il Monitore Napoletano, cercò instancabilmente di avvicinare il popolo e i più poveri ai valori della Rivoluzione, promuovendo l’uguaglianza dei diritti e il riscatto culturale della plebe. Il suo impegno politico le costò la vita. Condannata all’impiccagione nella storica Piazza Mercato, affrontò il patibolo con una dignità ammirevole, subendo persino l’ultimo oltraggio dei carnefici che le negarono una cordicella per legare l’orlo della veste ed evitare che si aprisse durante l’esecuzione. Mentre la folla che aveva tentato di redimere assisteva sghignazzando, Eleonora pronunciò prima di morire una frase profetica: “Forsan et haec olim meminisse iuvabi” (Forse un giorno ci sarà utile ricordare anche queste cose). Con il Congresso di Vienna e il rigido clima poliziesco della Restaurazione, il dissenso politico fu costretto a muoversi nell’ombra, favorendo la nascita di società segrete come la Carboneria. Anche in questo contesto clandestino, le donne seppero ritagliarsi un ruolo operativo fondamentale creando una propria rete: le “Giardiniere”. Il nome derivava dalla scelta di incontrarsi nei giardini privati per sfuggire ai controlli, anziché nelle “vendite” (i ritrovi degli affiliati maschi). Organizzate in “aiole” di nove componenti, queste donne – appartenenti principalmente alla nobiltà e alla borghesia lombarda – affrontavano un periodo di apprendistato guidate dal motto Costanza e perseveranza, per poi diventare Giardiniere effettive all’insegna dei valori di Onore e virtù. Lungi dall’essere figure puramente decorative, le Giardiniere rappresentarono una risorsa strategica cruciale per la diffusione di stampe clandestine, la gestione della corrispondenza e il mantenimento dei collegamenti tra i vari nuclei ribelli. Erano pronte a tutto, tanto da girare armate di un pugnale nascosto tra la calza e la giarrettiera. Nonostante il fallimento dei primi moti e le profonde divisioni interne sui destini della penisola – divisa tra il sogno di una patria monarchica o repubblicana, e frammentata da forti regionalismi – l’ideale di un’Italia unita e inserita in un’Europa di nazioni libere continuò a crescere. I progetti apparentemente distanti di figure come Mazzini, Garibaldi e Cavour riuscirono a convergere grazie a una mobilitazione ideale che attraversò ogni strato della società. Accanto a letterati, filosofi, musicisti e studenti, le donne – dalle colte esponenti dell’aristocrazia fino alle coraggiose figlie del popolo – scrissero con il proprio coraggio una pagina indelebile del Risorgimento italiano, dimostrando che la nascita di una nazione non può prescindere dal cammino di liberazione delle sue cittadine.





