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Ninna nanna della guerra

Young woman using smart phone,Social media concept.

Luciano Luciani.

A partire dalla scintilla di Sarajevo, nell’autunno inoltrato del 1914, il primo conflitto mondiale si era già rovinosamente allargato a quasi tutto il continente europeo. Fa eccezione l’Italia, che pur facendo parte della Triplice Alleanza, aveva dichiarato di volersi mantenere neutrale, non essendosi verificato il casus foederis, esclusivamente difensivo, previsto dal trattato. Dietro questa posizione c’era non solo l’eredità risorgimentale di un sentimento antiaustriaco condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana, ma le generalizzate e diffuse convinzioni pacifiste e neutraliste delle masse socialiste e cattoliche del nostro Paese. Lo stesso papa Benedetto XV, salito al soglio pontificio nell’estate 1914, proprio nei giorni più drammatici dell’accelerazione in senso bellicista della crisi europea, non faceva mistero delle sue idealità orientate in senso ostile alla guerra. Le rendevano ancora più nette le notizie degli orrori che già si consumavano sui vari fronti teatro delle operazioni militari: il Belgio, il nord-est della Francia, la Marna, la Prussia orientale erano gli scenari di una carneficina mai vista prima nella pur lunga storia delle guerre che avevano opposto, l’un contro l’altro armati, i popoli europei. Nei soli primi quattro mesi di guerra sul fronte occidentale si erano contati 400mila morti e quasi un milione di feriti. 

Nonostante questi terribili esempi, l’iniziale opzione neutralista dell’Italia entra ben presto in crisi. Liberal/conservatori, e socialriformisti, associazioni irredentiste e sindacalisti rivoluzionari, repubblicani e radicali, in minoranza nel Paese e nel Parlamento, cominciano rumorosamente ad agitarsi in favore di un intervento contro l’Austria per portare a conclusione il processo di unità nazionale iniziato nel Risorgimento. Non manca neppure il clamoroso voltafaccia di Benito Mussolini, allora direttore dell’”Avanti”, che dalle colonne del quotidiano socialista forza la mano del suo partito e del Paese perché si passi dalla “neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Pochissimi lo seguono: il Partito socialista lo sconfessa e Mussolini abbandona la direzione del giornale per finire espulso dal Psi.

In termini di forza parlamentare e di peso nella società i neutralisti sono in netta prevalenza, ma gli interventisti esprimevano una notevole capacità di mobilitazione nelle piazze, sui giornali, nelle università tentando di far passare l’immagine di un “paese reale” voglioso di guerra che si contrapponeva a quello legale con alla testa il parlamento giolittiano debole, screditato e corrotto.

Decisiva ai fini dell’entrata in guerra fu la mobilitazione degli intellettuali da Luigi Albertini a Giuseppe Prezzolini, da Giovanni Gentile a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi. Gabriele D’Annunzio non esita a mettere al servizio della causa interventista tutto il suo carisma di letterato, poeta, uomo di teatro, improvvisandosi capopopolo, demagogo, agitatore di masse e piazze secondo modalità più tardi apprezzate e riprese dal fascismo.

In questo scontro pace-guerra che divise l’Italia e che vide gli intellettuali giocare un ruolo determinante, non va dimenticata una voce pacifista, certo più mite e sommessa di quella dell’eclettico e sonoro poeta pescarese, nutrita però di valori di pace e tolleranza e di un’angosciata umanità di fronte agli indicibili orrori del conflitto: quella di Trilussa.

Nel 1914 il poeta romano, poco più che trentenne, era all’apice della sua fama. Quasi un’istituzione, amato e apprezzato tanto dal popolo quanto dalla borghesia e dall’aristocrazia della Capitale, blandito, e temuto, dai politici, benvoluto dagli intellettuali. Moderno Esopo, la sua arguzia, la sua ironia, la sua popolaresca sincerità, corrispondevano agli umori profondi del senso comune romano e nazionale: alla sua vena moraleggiante e priva di particolari audacie ideologiche attingevano a piene mani comici, intrattenitori, artisti di varietà da Ettore Petrolini a Nicola Maldacea. Insomma, Trilussa apprezzato cantore di un vernacolo lontano da ogni sdegno e furore, faceva opinione. E a lui si deve una poco nota ma dolente e durissima testimonianza contro la guerra: un testo, ancora oggi, purtroppo, di stringente attualità in tempi di “terza guerra mondiale a pezzi” come disse papa Francesco nel 2014, che ebbe, allora, una significativa diffusione nelle trincee e negli ambienti contrari alla guerra, reso ancor più pervasivo per l’azzeccata partitura di un musicista rimasto anonimo:

Ninna nanna, nanna ninna,

er pupetto vo’ la zinna,

dormi dormi, cocco bello,

se no chiamo Farfarello,

Farfarello e Gujermone

che se mette a pecorone,

Gujermone e Cecco Peppe

che s’aregge co’ le zeppe…

…co’ le zeppe de un impero

mezzo giallo e mezzo nero;

ninna nanna, pija sonno

che se dormi nun vedrai

tante infamie e tanti guai

che succedono ner monno,

fra le spade e li fucili

de li popoli civili.

Ninna nanna, tu nun senti

li sospiri e li lamenti

de la gente che se scanna

per un matto che comanda,

che se scanna e che s’ammazza

a vantaggio de la razza

o a vantaggio de una fede

per un Dio che nun se vede…

…ma che serve da riparo

ar sovrano macellaro:

che quer covo d’assassini

che c’insanguina la tera

sa benone che la guera

è un gran giro de quatrini

che prepara le risorse

pe’ li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,

finché dura ‘sto macello,

fa la ninna, che domani

rivedremo li sovrani

che se scambiano la stima,

boni amichi come prima;

so’ cuggini, e fra parenti

nun se fanno complimenti!

Torneranno più cordiali

li rapporti personali

e, riuniti infra de loro,

senza l’ombra de un rimorso

ce faranno un ber discorso

sulla pace e sur lavoro

per quer popolo cojone

risparmiato dar cannone.

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