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Politica

Senza il centro non si governa in Italia, la tardiva presa d’atto della politica

Finalmente si comincia a prendere atto che in Italia, senza le forze centriste, semplicemente non si governa, scrive Giorgio Merlo sul Riformista. . O meglio, per dirla con un linguaggio più raffinato e molto caro ai grandi leader democristiani del passato, “in Italia si vince al centro ma soprattutto si governa dal centro”. E, del resto, così è stato per l’intera Prima Repubblica. E così è stato anche nella cosiddetta Seconda Repubblica. Al punto che la stessa premier, Giorgia Meloni, ha riconosciuto l’importanza del centro nei giorni scorsi durante il suo breve intervento al convegno organizzato a Saint-Vincent da Gianfranco Rotondi (nella foto). Un centro che non è mai una banale e sterile rendita di posizione; un centro che non si riduce a una grigia e incolore equidistanza dalla destra e dalla sinistra; un centro, infine, che non si limita a vivacchiare nella dialettica politica italiana. Parliamo invece di “politica di centro”. Cioè della capacità di saper condizionare, se non addirittura guidare, l’azione di governo attraverso la modalità riconducibile a questo approccio di fondo.

Un riconoscimento, tra l’altro, che adesso arriva anche dagli storici detrattori del centro che scagliavano pesanti accuse contro chi sosteneva e praticava la politica di centro nel passato più o meno recente. Mi riferisco, nello specifico, ai principali esponenti della sinistra italiana nelle sue diverse e multiformi espressioni, dalla sinistra politica a quella intellettuale, da quella editoriale a quella giudiziaria e accademica. Ora, almeno così pare, la musica è cambiata, e il centro sta lentamente recuperando la sua importanza e la sua storica funzione. Resta comunque un però che non può e non deve passare sotto silenzio e, soprattutto, non può essere banalmente aggirato. E cioè, il centro non può essere interpretato solo da guitti, da saltimbanchi, da aspiranti comici e da simpatici improvvisatori. La credibilità del centro non può e non deve essere disgiunta dall’autorevolezza e dalla serietà di chi lo traduce concretamente nella dialettica politica italiana. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare: la politica di centro è il prodotto e la conseguenza di una cultura politica, di una postura istituzionale e di uno stile inconfondibile. Se il tutto si riduce al tatticismo più sfrenato, al battutismo più becero e, soprattutto, al trasformismo più sfacciato, non solo si riduce il peso politico del centro, ma si finisce anche per dipingerlo come un luogo prevalentemente macchiettistico. Come, purtroppo, succede concretamente nel comportamento di molti sedicenti protagonisti centristi contemporanei.

Ecco perché, se si vuole contribuire a ricostruire e rilanciare il centroe una politica di centro nel nostro Paese, non possiamo non recuperare anche quelle storiche culture politiche che hanno caratterizzato la concreta declinazione di questo progetto nelle varie fasi politiche italiane. Perché, come diceva spesso Pietro Scoppola, parlando della presenza politica dei cattolici, occorre sempre saper unire la “cultura del progetto con la cultura del comportamento”. Due categorie che valgono per i cattolici ma che si possono tranquillamente estendere a tutti coloro che oggi, come ieri, vogliono tradurre seriamente una politica di centro nella vita pubblica del nostro Paese.

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