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Cultura

”Colloqui con se stesso”, Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto

woman in the bookstore selecting books

Marcella Matelli.

​Ripercorrere la storia di un pensiero datato come quello della scuola stoica, sembra avere poca attinenza con la complessità del mondo contemporaneo fatto di tanta troppa tecnologia, sempre più virtuale che reale, sempre più veloce e teso a quelle dinamiche di apparenza che mal si conciliano con  il rigore di un ragionamento filosofico che chiede tempo, attenzione e rielaborazione.

In effetti una sorta di sentire ancestrale mi ha spinto a riflettere su alcuni annosi quesiti esistenziali  che fanno spesso da sfondo al fruttuoso  confronto dialettico intercorso con un vecchio amico che mi fece dono, anni or sono, di questa pregevole Bibbia laica, una raccolta di ricordi, pensieri, aforismi, moniti  e brevi riflessioni su diversi temi esistenziali,  che si articola in 12 libri, sotto forma di diario personale che  possono offrire momenti di meditazione  su tutte le contraddizioni che affliggono l’uomo, sia esso schiavo o imperatore, sapiente o ignorante, religioso o agnostico. 

L’autore, Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, noto soprattutto in veste di imperatore di Roma dal 161 al 180 d.C.  in diciannove anni di regno seppe condursi, strano a dirsi per quei tempi, come per questi del resto, in modo probo, generoso, equo e oserei dire benevolente,  ma meno noto  per essere il rappresentante dell’ultima, ma mai sopita, corrente stoica della romanità preceduto solo da Seneca.

Va detto però che non tutti gli storici concordano con questo profilo ufficiale e soggiungono, nelle biografie più approfondite ,  che Marco Aurelio era sì un buon imperatore ma anche  uno spietato e crudele esecutore della ragion di Stato, sempre intento a fare guerre per proteggere i confini di un impero minacciato da tribù barbare, come i Quadi e i Marcomanni, e a salvaguardare la romanità dall’invasione di una nuova religione, quella cristiana che ne metteva in dubbio i fondamentali in ordine alla sfera sociale.

Ci ricordano le cronache che ad esempio non volle sottrarre ad un atroce martirio quasi cinquanta cristiani arrestati in Gallia,  per la precisione a Lione, e poi gettati in pasto alle belve.

Non si sa, con certezza, se proprio lui avesse dato l’ordine, ma  nulla ci dice il contrario e questa  sorta di dualità,  di doppia anima che avvolge l’esistenza del nostro imperatore filosofo,  che aspirava da un lato a condursi secondo i principi dello stoicismo, e dall’altro doveva assolvere  quotidianamente  i doveri  del proprio ruolo,  sembra essere insita nel suo carattere e destinata a determinarne il comportamento.

Questa doppiezza, la malinconia, la paura e l’insicurezza traspaiono anche nell’oscurità e nelle ombre di alcuni frammenti che fanno parte dei Colloqui con se stesso.

Dicevamo della corrente filosofica cui aderì Marco Aurelio, grazie anche ad un’educazione   severa ma culturalmente straordinaria impartitagli sin dalla prima infanzia da ben 25 maestri, di diverse nazioni,  che lo allevarono all’amore per gli studi.

Per buona parte della sua vita questa impostazione di pensiero, potremmo dire etica, anzi direi morale visto che è considerato un proto-cristiano,  lo portò alla ricerca più che della verità del cercar di fare del suo vissuto una verità testimoniale così da non discostarsi dall’insegnamento dei  suoi Maestri:

• il grande Apollonio  di Bisanzio, che l’aveva avviato al pensiero stoico classico, e poi  il retore Marco Cornelio Frontone che l’aveva seguito negli anni giovanili, e ancora Tiberio Claudio Massimo che gli insegna il senso del dovere ed il coraggio di agire ed assolvere i propri compiti di uomo di Stato in ogni momento.

Dall’opera “Della natura dell’uomo” di  Zenone di Cizio, fondatore  della scuola tre secoli prima di Cristo, apprese  l’esistenza di un universale ordine razionale, quale assunto fondamentale, con il quale l’uomo doveva porsi in sintonia così da realizzare, in ogni aspetto della vita, un accordo pieno tra individuo e cosmo, ordine governato da una legge divina, detta prò-noia, termine composto da pròinteso come ciò che sta davanti e nous cioè intelletto per indicare quella che noi potremmo tradurre come  provvidenza, in quanto colei che pre – determina ogni evento, passato, presente e maggiormente futuro . 

Ci dicono gli stoici greci che:
– Tutto è logos, tutto è sorretto da una legge razionale, e la realtà è guidata da questa legge.

C’è dunque una ragione prima per cui nulla avviene a caso nel cosmo, ed ogni cosa accade nell’unico modo in cui sarebbe potuta accadere.

Leibniz direbbe:’ il migliore dei mondi possibili’.

E ancora: l’intero corso degli eventi, anche i peggiori, i più terribili, ha un suo perché ed un suo fine nella logica dell’intero e del tutto.

Certo è una visione sistematica più che teologica in termini di attribuzione rispetto a qualcosa che assume i titolo di ‘divino’  laddove si intende fato o destino più che un dio unico che assume il ruolo di principio motore dell’universo. Ma ciò è ampiamente comprensibile  dato il periodo storico e una  concezione  panteistica ateistica che vede il divino come una forza un soffio vitale, un pneuma che anima dall’interno il mondo. 

Questo invito a vivere secondo natura e secondo le sue leggi è per la scuola stoica il percorso ineludibile per raggiungere la virtù.

Interessante a questo punto rinvenire nel pensiero stoico alcune  tracce del positivismo grazie a questa attribuzione di fondamento alla ragione, ovvero alla capacità di discernere tra impulso e razionalità, rispetto a quello che ci presenta il vissuto, sapendo in scienza e coscienza che la natura, 

e le sue leggi, è madre e non  matrigna, come direbbe il Leopardi, e con una madre  che tutto muove e tutto genera si deve cercare di vivere in sintonia.

Oggi lo sfruttamento selvaggio della natura  e la manipolazione delle sue leggi che l’uomo ha perpetrato nei secoli mostra tutte le drammatiche conseguenze. 

E’ un invito inderogabile quello che ci deriva dall’enunciato stoico:

vivi secondo natura e dunque vivi secondo ragione per ampliare il ragionamento sull’uomo e sulla natura stessa della sua sfera emozionale.

In sostanza una pratica sapiente fatta soprattutto di una consapevole accoglienza verso tutti gli eventi che ci riserva la vita.

Semplice a dirsi ma decisamente difficile a farsi, aggiungo, visto che tutti, nessuno escluso, vorrebbero tendere alla propria integrità individuale e alla serenità conseguente.

Ecco il passo avanti, una strada più intima da percorrere per vivere secondo natura e secondo ragione, poiché come dice lo stesso imperatore filosofo, sono la riflessione sull’esistenza, l’indagine interiore, la meditazione che possono far distinguere il sapiente dall’ignorante, il probo dal disonesto, il benevolente dal malevolo, l’uomo dalla bestia secondo le scelte compiute.

Oggi si percepisce concretamente l’ estremo bisogno di tornare a praticare insegnamenti antichi.

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