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Politica

Meloni punta alle elezioni anticipate prima che il costo della vita presenti il conto

Mario Lavia su Linkiesta dopa aver analizzato le posizioni del Campo largo scrive che Giorgia Meloni pensa a elezioni anticipate prima che il costo della vita presenti il conto.

Non si nutrono grandi speranze, ma vedremo se dalla direzione del Partito democratico di venerdì e dalla Leopolda del weekend usciranno novità tali da smuovere le acque stagnanti del centrosinistra.

Da Elly Schlein si attendono da tempo proposte concrete per far compiere passi avanti nel dialogo tra i partiti del campo largo: perché non s’incontrano per decidere qualcosa, possibilmente non in trattoria, è un mistero. È come se fossero paralizzati per la paura di rompere: almeno questa è la sensazione che stanno comunicando innanzitutto a molti militanti basiti per questa inerzia. Ma Schlein, in questa fase, è concentrata sui problemi suoi. Innanzitutto, come impedire una seconda candidatura dem. E su questo ha dietro di sé tutti i big che contano, sicché l’ipotesi di una scesa in campo alle primarie di Giorgio Gori appare complicata; a meno che, come dice qualcuno, egli non decida di uscire dal Pd per correre autonomamente. Il trucco per bloccare Gori sarebbe questo: l’Assemblea nazionale stabilisce che per candidarsi, a parte la segretaria, occorre il consenso del cinquanta per cento della stessa assemblea. Un tetto irraggiungibile.

Da parte sua, Matteo Renzi potrebbe parimenti fornire qualche lume su come intende organizzare una gamba riformista che appare sempre più sfilacciata.

Siamo a ottobre e nulla finora è stato fatto. E sì che per le opposizioni ci sarebbero tutte le condizioni per sfruttare politicamente il disagio sociale che cresce incanalandolo in una seria proposta alternativa. Ma di questo non v’è traccia, impasticciati come sono, nel campo largo, negli arzigogoli dei regolamenti di partito e delle regole di primarie già antipatiche a molta gente. La sinistra Pd-Avs-M5s si accapiglia per la conquista del potere interno – chi è il leader – mentre la pletora dei personaggi del centro pure. Cioè, mentre gli italiani guardano il distributore e il supermercato, le opposizioni guardano i propri regolamenti.

Eppure, il governo è in evidente difficoltà. Quattro virgola due, è l’ultimo dato dell’inflazione. Sale pure lo spread, chi si rivede. Il cartello della spesa cresce dallo 0,9 per cento all’1,7 per cento. Colpa di Hormuz, certo, cioè di Donald Trump, l’ex mito della destra italiana che oggi fanno tutti finta di non conoscere. Una guerra che si protrae da mesi di cui si è persino dimenticata la ragione e soprattutto foriera di ulteriori disastri in campo energetico ed economico senza che nessuno dei seguaci europei dell’uomo di Mar-a-Lago dica una parola. Il governo fa questa politica di corto respiro puntando a mettere un cerottino laddove c’è una ferita profonda implorando le grandi industrie petrolifere di abbassare un pochino i prezzi alla pompa. Il che è giusto, chiunque nel breve periodo farebbe così. Ma il problema è come prevenire una corsa al generale rialzo dei prezzi.

Qui non ci sono scorciatoie. Servirebbe che il governo mettesse risorse importanti per calmierare i prezzi almeno dei beni essenziali. La gente sta soffrendo il carovita – i meno abbienti ma ormai il problema sta sommergendo il ceto medio. Cioè l’Italia tutta intera.

Per Giorgia Meloni la congiuntura non potrebbe essere più sfavorevole e il dramma vero è che ragionevolmente più si va avanti e peggio può essere. Anche questa situazione economico-sociale la spinge a desiderare elezioni prima possibile: approvata questa settimana la legge elettorale – sempre facendo gli scongiuri – e correndo verso la legge di bilancio, la presidente del Consiglio non vede motivi, anzi, per non fare calare il sipario sulla sua legislatura. Potrà sempre dire che la colpa del carovita non è sua e che piuttosto lei ha costretto l’Eni e, a seguire, le altre compagnie a abbassare i prezzi. Non può reggere lo stillicidio del carovita. Naviga in acque agitate ma tutto sommato per il momento riesce ancora a reggere il timone. Se non arrivano nuove, clamorose ondate, la barchetta meloniana punta la prua verso elezioni ravvicinate, per evitare guai peggiori.

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