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Economia

Nelle mosse di Eni su carburanti e bollette si intravede il ritorno di un’idea delle partecipazioni statali

Il nome di Enrico Mattei, per Giorgia Meloni, comincia ad avere anche un significato domestico. Lo scrive Raffaele Marmo sul Quotidiano Nazionale. Dopo averlo scelto come insegna della proiezione italiana in Africa, la presidente del Consiglio ne riscopre una lezione: l’impresa pubblica può diventare uno strumento di politica economica.

Nelle mosse di Eni su carburanti e bollette si intravede il ritorno di un’idea delle partecipazioni statali: intervenire nella vita del Paese, oltre che produrre utili. Un indizio più che una svolta, ma politicamente più interessante di molti proclami sulla sovranità.

Dal 28 settembre le stazioni Enilive applicano per trenta giorni, prorogabili fino a fine anno, un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 per il gasolio. Negli stessi giorni il governo dimezzava lo sconto sulle accise del gasolio. Poi è arrivata Plenitude, con un’offerta scontata e prezzi bloccati su luce e gas. Il risparmio è reale ma circoscritto: riguarda la componente energetica, non l’intera bolletta. La coincidenza con il taglio delle accise, però, dice più dei numeri: dove arretra il bilancio pubblico, avanza l’impresa pubblica.

Lo Stato torna così a cercare nelle imprese che controlla una capacità di protezione che il bilancio fatica a finanziare. Il Tesoro controlla Eni anche attraverso Cassa depositi e prestiti. Finora quella proprietà serviva soprattutto a presidiare gli asset strategici: ora diventa una leva sui prezzi, sui costi delle imprese, sul potere d’acquisto. Chi l’abbia deciso resta sfumato: Palazzo Chigi ha ringraziato Eni per l’iniziativa, come si ringrazia qualcuno per una scelta autonoma. Difficile credere che nessuno l’abbia sollecitata.

È in questo passaggio che il richiamo a Enrico Mattei acquista consistenza. Mattei considerava l’energia a prezzi competitivi una condizione dello sviluppo italiano. Il metano, le reti, gli accordi con i Paesi produttori dovevano allargare lo spazio di crescita dell’industria e l’autonomia della Nazione. Per questo sfidò le grandi compagnie petrolifere e offrì ai Paesi produttori condizioni che nessuno concedeva. Il successo dell’impresa si misurava anche nella forza che trasferiva al Paese. Oggi siamo lontani da quel mondo, e uno sconto non equivale a una strategia industriale. Ma riaffiora l’idea che una partecipazione pubblica abbia senso pieno quando il suo rendimento comprende un beneficio collettivo.

La scelta ha una razionalità economica. Il caro energia si propaga nelle filiere, erode i salari reali, comprime i margini delle aziende e indebolisce i consumi. Intervenire all’origine alleggerisce la pressione sugli aiuti pubblici. E c’è l’effetto di trascinamento: dopo Eni, anche IP e Q8 hanno fissato tetti ai carburanti. Il governo non amministra i listini, ma li orienta: ottiene un effetto di sistema senza doverlo imporre per legge. Enel e A2A, rivendicando offerte già disponibili, ricordano però che il confine fra iniziativa commerciale e politica economica resta aperto.

Si delinea così una destra che, stretta fra crisi internazionali e scarsità di risorse, usa l’impresa pubblica per tenere insieme mercato, interesse nazionale e consenso sociale. È un tratto della tradizione democristiana, ma anche della destra sociale da cui Meloni proviene, che dello Stato non ha mai diffidato. Le partecipazioni statali, del resto, nascono prima della Repubblica, con l’Iri del 1933. Il patrimonio industriale diventa una riserva a cui attingere mentre si difendono gli spazi della manovra.

Questa strada, però, esige disciplina. Eni è una società quotata, con azionisti privati, investimenti da sostenere e concorrenti da rispettare. I sacrifici sui margini vanno valutati rispetto ai clienti acquisiti, ai volumi venduti, alla solidità futura. Gli amministratori rispondono all’interesse sociale, non alle urgenze diPalazzo Chigi. I distributori indipendenti, schiacciati dal confronto, pongono una questione di concorrenza; Bruxelles potrebbe chiedersi quanto di queste scelte sia imputabile allo Stato. La funzione pubblica richiede obiettivi trasparenti e risultati verificabili. Se diventasse la richiesta ricorrente di coprire le difficoltà del governo, consumerebbe proprio ciò che pretende di mobilitare. La lezione migliore delle partecipazioni statali sta nella capacità di costruire sviluppo; la peggiore, nella subordinazione dell’impresa al bisogno politico del momento.

Meloni ha dunque aperto una possibilità. Per darle spessore dovrà collegare il sollievo di oggi a investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività di domani. Mattei aveva un’idea dell’Italia prima ancora che un’idea dell’Eni: l’azienda era il mezzo, il Paese il fine. È questa la misura con cui giudicare il ritorno dello Stato imprenditore: quanta parte del futuro riesce a mettere in moto.

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