Si stava meglio prima della ruota, che cosa mi fa pensare il Dialogo con il fisico Massimo Carpinelli
Paolo Benini.
Caro Direttore, approfitto dell’ospitalità del suo giornale per proseguire una conversazione che il 30 settembre, nella bella cornice delle Giubbe Rosse a Firenze, abbiamo dovuto interrompere per ragioni di tempo. Gli argomenti erano molti, la compagnia piacevole e il professor Massimo Carpinelli uno di quegli interlocutori che fanno venire voglia di aggiungere una domanda proprio quando sarebbe il momento di salutare. Per chi non lo conoscesse, Carpinelli è un fisico sperimentale di rilievo internazionale, attualmente professore ordinario presso il Dipartimento di Fisica “Giuseppe Occhialini” dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatore associato all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Laureato e dottorato a Pisa, ha partecipato agli esperimenti ALEPH del CERN di Ginevra e BaBar dello SLAC National Accelerator Laboratory in California. È stato rettore dell’Università di Sassari dal 2014 al 2020 e dal gennaio 2023 dirige l’Osservatorio Gravitazionale Europeo, EGO, a Cascina, dove si trova l’interferometro Virgo per la rivelazione delle onde gravitazionali. Un curriculum che rende piuttosto interessante anche una conversazione sulla ruota. Il Premio Le Giubbe Rosse conferitogli è dunque un riconoscimento ben assegnato. E merita un ringraziamento anche chi organizza occasioni del genere. L’Italia dispone di persone di grande valore, ma non sempre mostra altrettanta capacità di riconoscerle e farle conoscere. Servirebbero molte più iniziative capaci di portare la ricerca dentro una conversazione pubblica, dove si possa ascoltare, domandare e discutere. Dare uno spazio a chi ha qualcosa da dire è un lavoro considerevole.
Durante l’incontro, Carpinelli ha indicato nella ruota, cui ho fatto prima un accenno, la più grande invenzione del genere umano. È difficile negarle una certa utilità. Mi sono però immaginato la sua prima apparizione e la reazione di qualcuno davanti a quell’oggetto sospetto: «Si stava meglio quando le cose si trascinavano». Non possediamo il verbale della riunione, ma il personaggio è abbastanza riconoscibile. Poi abbiamo cominciato a usarla. Abbiamo trasportato persone e merci, ridotto fatiche, moltiplicato possibilità. Naturalmente sono arrivati anche problemi nuovi: un carro può rovesciarsi, una ruota può rompersi, qualcuno può passare sopra un piede. Abbiamo dovuto imparare a costruirla meglio, a usarla con criterio e, molto più avanti, a disciplinare la circolazione dei mezzi che ne derivavano. Se avessimo preteso di risolvere preventivamente ogni possibile inconveniente, probabilmente saremmo ancora lì a trascinare il carro. Con grande prudenza e un certo mal di schiena. Oggi, davanti all’intelligenza artificiale, ritroviamo qualcosa di familiare. Già il nome è enorme: sotto la stessa etichetta convivono strumenti, applicazioni e sistemi molto diversi. Discuterne come se fosse un unico oggetto significa partire con una discreta confusione. Poi arrivano diffidenza, entusiasmo, timore e quella nostalgia selettiva per cui il passato aveva quasi sempre qualità superiori. Compresa, evidentemente, la lentezza.lo scrittore Douglas Adams aveva descritto con ironia questo rapporto con la tecnologia: ciò che troviamo già nel mondo ci sembra normale; ciò che arriva mentre siamo giovani appare eccitante; ciò che compare più tardi comincia ad assumere l’aspetto di un’offesa all’ordine naturale. È una battuta, ma offre un ritratto nel quale qualcuno potrebbe riconoscersi. A darle sostanza contribuisce un fenomeno studiato da Terence Mitchell e colleghi: la Rosy Retrospection, o retrospezione rosea, cioè la tendenza a ricordare certe esperienze in termini più favorevoli di quelli con cui le avevamo vissute. Ne avevo scritto anch’io: il passato, ripassato dalla memoria, può uscire con qualche difetto in meno e parecchie virtù in più. Una restaurazione piuttosto generosa.
È una delle tendenze della nostra mente che possono alimentare il «prima era meglio»; non dimostra che il presente sia sempre superiore, ma suggerisce di verificare quanto del confronto riguardi i fatti e quanto la loro ricostruzione. Il vecchio mondo, del resto, ha un vantaggio competitivo: lo conosciamo già. Quello nuovo ci chiede di imparare qualcosa. E imparare, a qualsiasi età, costa un poco più che rimpiangere. Le novità possono intimorire. Un ragazzo alla prima guida dell’auto o del motorino conosce bene quella combinazione di interesse e apprensione. Anche noi, davanti a qualcosa che non padroneggiamo, abbiamo buone ragioni per procedere con cautela. Il punto è quale funzione assegniamo al timore. Può spingerci a osservare, studiare, provare e controllare. Oppure può diventare una comoda sistemazione dalla quale dichiarare che sarebbe preferibile non muoversi. Qui mi torna in mente Karl Popper, un autore che ho letto da giovane e che continua a essermi utile. Tutta la vita è risolvere problemi è il titolo di un suo libro. Il richiamo a procedere attraverso tentativi, errori e correzioni mi sembra particolarmente appropriato. Aggiungerei, questa volta per conto mio, che una parte del nostro lavoro consiste nel risolvere anche i problemi che produciamo cercando di risolverne altri. La ruota prima, il traffico poi. Nessuno aveva promesso una specie umana senza complicazioni. C’è chi esplora, costruisce e prova a spostare un poco più avanti il limite delle proprie possibilità. Può farlo dentro un piccolo mondo sconosciuto ai più: imparando meglio un mestiere, prendendosi cura di qualcuno, coltivando un interesse, cercando di migliorarsi e di rendere migliore ciò che gli è affidato. È anche così che si lascia una traccia e si dà un senso al proprio passaggio. Non occorrono fama, premi o un cognome destinato ai manuali: occorrono curiosità e applicazione. Altri attraversano la vita senza investire molto in questa possibilità, senza cercare, approfondire o costruire qualcosa. Ciascuno può scegliere la vita che preferisce, purché ne sia consapevole. Mi convince meno l’abitudine di trasformare la propria scarsa curiosità in una raccomandazione per tutti.
Vengo allora all’esempio che avrei voluto portare il 30 settembre. Mi occupo di processi attentivi e decisionali, alta prestazione e cognizione di picco. Utilizzo l’intelligenza artificiale e, con il suo aiuto, ho costruito strumenti per elaborare profili prestativi. Il percorso è concreto: l’atleta risponde a un questionario attraverso un modulo Google; le risposte confluiscono in un foglio elettronico, accessibile dal mio telefono; i dati vengono quindi elaborati attraverso una skill cioè una procedura che ho costruito su un noto LLM con istruzioni precise, criteri di calcolo e riferimenti alla mia personale bibliografia. Da questo lavoro ricavo un profilo che mi aiuta a orientare l’osservazione: quali risorse attentive possiede quella persona, quali difficoltà può incontrare sotto pressione, dove può essere utile intervenire nell’allenamento. Il campo comprende gli atleti, ma anche professionisti chiamati a prestazioni complesse, dal chirurgo al musicista. Il profilo offre una traccia da confrontare con la persona e con ciò che accade sul campo, allo scopo di rendere più efficace e continua la prestazione. Oggi ho accesso dal telefono a circa quattrocento-cinquecento profili di atleti. Se qualcuno mi contatta dall’altra parte del mondo, posso recuperare un profilo già elaborato in pochi secondi. L’intelligenza artificiale svolge una parte consistente del lavoro entro i vincoli che ho definito; io rileggo il risultato e lo controllo punto per punto. La bibliografia e le istruzioni orientano e limitano il sistema. Il controllo professionale resta un passaggio necessario: anche una risposta scritta benissimo può contenere un errore scritto benissimo.
Per capire che cosa sia cambiato, basta tornare alla preparazione della campagna olimpica di Londra 2012. In una federazione avevamo un gruppo di circa dieci atleti già selezionati e decidemmo di profilarli. Questionari cartacei, risposte segnate a crocetta, somministrazione in presenza. Dovevo raggiungere gli atleti in un’altra località, raccogliere i test, calcolare i risultati, interpretarli e scrivere le relazioni. L’intero percorso mi impegnò per circa venti giorni. Oggi, una volta raccolte le risposte e con la procedura già impostata, per elaborare dieci profili impiego meno di venti minuti. Il colloquio, l’approfondimento e il lavoro con l’atleta richiedono ancora il loro tempo. Ma una parte enorme delle operazioni che prima assorbivano giornate si è drasticamente ridotta. Quel tempo può tornare alle persone, alle domande utili e alla preparazione degli interventi. Non provo una particolare nostalgia per le crocette. Ho voluto loro bene, tanto, ma possiamo restare amici a distanza. È questo il contributo che avrei voluto aggiungere alla discussione. I rischi vanno riconosciuti, le applicazioni studiate e le regole costruite sulla conoscenza di ciò che stiamo usando. La cautela serve se migliora il nostro modo di procedere. Quando diventa immobilità, perde una parte importante della sua funzione. Caro Direttore, la ruota ha avuto una carriera piuttosto lunga. Credo che il suo inventore, se avesse ascoltato tutte le obiezioni possibili, avrebbe finito per sedercisi sopra. Sarebbe stato un peccato: funzionava molto meglio facendola girare. Le lascio, infine, una piccola provocazione: in questo articolo è stata usata l’intelligenza artificiale oppure no? I concetti, l’esperienza e il ragionamento che ha appena letto apparterrebbero all’intelligenza artificiale o sarebbero miei? E se l’intelligenza artificiale mi avesse aiutato a scriverlo, sarebbe stata lei al mio servizio oppure io al servizio di lei? Prima di preoccuparci di chi ha mosso la penna, forse converrebbe capire chi ha deciso che cosa scrivere.





