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Cultura

La battaglia navale che decise le sorti del mondo

Luciano Luciani.

Fu sul mare, con la grande battaglia navale della Manica (8 agosto 1588) tra la flotta inglese e la Invencible Armada spagnola, che si decise il destino dell’Inghilterra, dell’occidente europeo e del mondo. E fu Filippo II   d’Asburgo, re di Spagna, a rompere gli indugi: il risveglio economico e lo sviluppo mercantile inglesi; la guerra da corsa praticata su tutti i mari e gli oceani ai danni delle flotte commerciali spagnole dai sudditi di Elisabetta I; la ormai palese politica d’intervento della corte inglese sul continente a favore dei protestanti, la decapitazione della sovrana cattolica scozzese Maria Stuart (1587), avevano convinto il sovrano di Spagna a un intervento, sempre rimandato, ma ormai non più procrastinabile.

L’Inghilterra rappresentava per Filippo II l’ultimo ostacolo alla totale pienezza del suo dominio in Europa e sugli oceani, mentre per gli inglesi si trattava della sopravvivenza della propria identità nazionale e religiosa. Nel 1588 sulla Manica non si fronteggiarono solo due flotte, ma due modi di concepire e organizzare la società, due concezioni della vita, due mondi diversi. Da una parte la Spagna che rappresentava i valori e gli interessi propri dell’Europa controriformista, con l’affermazione della superiorità degli ideali ultraterreni su quelli terreni, con il suo universalismo sopranazionale politico-religioso, la conseguente intolleranza nella vita civile e culturale e il ristagno economico e sociale; dall’altra l’Inghilterra, una società mossa, complessa, economicamente vivace, permeata di valori laici, impegnata in un profondo sforzo di modernizzazione e di elaborazione di una nuova cultura in senso scientifico e pragmatico.

Sempre il mare e un nuovo modo di intendere lo scontro navale furono all’origine della vittoria inglese sull’Invincibile Armata. Fino a questo momento – e la vittoriosa battaglia navale di Lepanto (1571) contro i turchi non era troppo distante nel tempo a rammentarlo –  nei confronti armati sul mare le imbarcazioni avevano assolto al ruolo di piattaforme da cui muovere all’assalto del nemico attraverso l’arrembaggio: così il combattimento tornava a essere terrestre a tutto vantaggio delle fanterie e del loro numero. Gli inglesi, prima e meglio di altri, seppero invece liberarsi di una tale concezione della battaglia sul mare per esaltare quegli elementi di velocità, imprevedibilità, autonomia che essi avevano derivato dalla pratica corsara sugli oceani di tutto il mondo.

L’Armata spagnola era in fondo un esercito terrestre imbarcato su una flotta: i suoi equipaggi erano nettamente divisi dalle truppe di fanteria a cui era riservata una parte decisiva dello scontro. Nei navigli inglesi, invece, l’ammiraglio e i capitani erano marinai ed esercitavano la più piena autorità su tutta la gente di bordo. Abilmente gli inglesi seppero evitare lo scontro diretto e lo trasformarono in uno a distanza in cui i loro vascelli, bassi di castello, velocissimi, armati al punto da essere ridotti a poco più di batterie mobili di cannoni, surclassarono le lente e poco manovriere navi nemiche. Insieme alla genialità dei comandanti e alla fortuna che, sotto forma di una tempesta mandò a sbattere metà della flotta spagnola sulle rocce delle coste irlandesi e scozzesi, la vittoria decisiva ottenuta nelle acque dell’Atlantico in quel fatidico agosto 1588 è da attribuirsi alla superiore professionalità e dimestichezza col mare maturate dalla marineria inglese.

È il trionfo della spregiudicatezza marinara affiancata all’esperienza di tante e tante prove sugli oceani di tutto il pianeta.

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