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Q8
Economia

Un po’ di Stato nell’economia è utile

Pile of printed newspapers on blue background

Raffaele Marmo sul Quotidiano Nazionale si occupa della presenza dello Stato nell’economia. Il punto d’arrivo della riflessione sulla crisi delle democrazie liberali non è un compromesso fra due sconfitte. È una diversa idea di emancipazione nella libertà. Il liberismo degli anni Novanta ha scambiato l’apertura dei mercati per la loro autoregolazione e ha lasciato troppi cittadini soli davanti alla globalizzazione. Lo statalismo neo-marxistacontinua invece a immaginare che più proprietà pubblica, più spesa e più trasferimenti bastino a ricostruire uguaglianza. L’uno ha subordinato la società al mercato; l’altro rischia di subordinare la persona allo Stato. Il nuovo liberalsocialismo nasce dal rifiuto di entrambe le dipendenze.

Lo si chiami liberalsocialismo o liberalismo sociale o nuova economia sociale di mercato, non è una Terza via restaurata né una formula centrista (nel senso del compromesso per sopravvivere). È un progetto radicale: ricostruire le istituzioni della libertà. Il mercato non è natura, ma un ordinamento fatto di leggi, concorrenza e limiti al potere economico. Lo Stato non è proprietario della società, ma garante dei diritti e produttore dei beni pubblici. Alfred Müller-Armack definiva l’economia sociale di mercato come la combinazione, su una base concorrenziale, di libera iniziativa e progresso sociale. Il Trattato sull’Unione europea indica infatti una “economia sociale di mercato fortemente competitiva”, orientata alla piena occupazione e al progresso sociale.

Carlo Rosselli aveva compreso che la giustizia separata dalla libertà finisce nella disciplina. Luigi Einaudi che la libertà economica, senza regole contro monopoli e privilegi, viene sequestrata dai più forti. E proprio per Einaudi la vera divisione non correva fra intervento e non intervento dello Stato, ma fra interventi che proteggono rendite e interventi che fissano la cornice della libertà. Non meno Stato o più Stato, dunque, ma uno Stato diverso: abbastanza forte da impedire il dominio e abbastanza limitato da non esercitarlo.

La prima funzione, in senso logico non di priorità, di questo ordine è restituire il mercato alla concorrenza. Antitrust, lotta alle rendite, trasparenza degli appalti, accesso al credito e tutela delle piccole imprese non sono correzioni esterne: sono la costituzione economica della libertà. Un mercato occupato da oligopoli, piattaforme dominanti e professioni protette non è libero: è una pianificazione privata senza responsabilità pubblica. Il Digital Markets Act europeo, qualificando come “gatekeeper” le grandi piattaforme che controllano gli accessi digitali, riconosce che anche il potere economico può assumere una dimensione quasi sovrana.

Ma la concorrenza non basta se l’economia non torna a crescere. Non si redistribuisce a lungo la stagnazione. Il rapporto Draghi riconduce la fragilità europea al rallentamento della produttività, all’invecchiamento, ai costi energetici e alla competizione globale. Servono ricerca, capitale, infrastrutture, energia e una vera scala europea degli investimenti. Lo Stato deve indicare missioni, condividere il rischio, pretendere innovazione e risultati, non garantire protezioni permanenti a imprese incapaci di vivere senza sussidio. La politica industriale non può diventare il nuovo nome del clientelismo.

Il lavoro torna così al centro, ma senza nostalgia della fabbrica novecentesca. Salari, produttività, contrattazione, partecipazione e formazione permanente devono comporre un’unica politica. Il lavoratore non va protetto dal cambiamento, ma nel cambiamento: deve attraversare una trasformazione tecnologica senza precipitare nel ricatto e senza essere parcheggiato nell’assistenza. Il reddito di attivazione lavorativa garantisce un pavimento, ma deve costituire una scala di competenze, orientamento, cura e lavoro. Non compra consumo: restituisce capacità.

In questo contesto cambia anche la natura del welfare. Nei Paesi dell’Ocse e dell’Unione la protezione sociale assorbe circa il 23 per cento del Pil, mentre la spesa media per le politiche attive del lavoro era pari allo 0,44 per cento nel 2021. Le grandezze non sono omogenee, ma l’asimmetria illumina una priorità: proteggiamo molto le condizioni già definite e troppo poco i passaggi nei quali si decide il futuro. Il welfare che emancipa non distribuisce soltanto denaro. Offre scuola, sanità, asili, casa, trasporti e servizi per l’impiego. Con Amartya Sen, misura la giustizia dalle libertà effettive che rende praticabili.

Universalismo non significa ignorare gli ostacoli, ma offrire istituzioni comuni abbastanza robuste da raggiungere chi parte da condizioni diverse. La sanità pubblica non è il servizio residuale dei poveri, la scuola pubblica non è il parcheggio di chi non può comprare alternative, la casa non può diventare il privilegio ereditario che separa proprietari e nuovi esclusi. Quando i servizi universali decadono, il ceto medio li abbandona e lo Stato sociale perde qualità e legittimità.

Una società aperta deve inoltre governare i propri confini. Canali legali di ingresso, asilo, rimpatri per chi non ha titolo a restare, lingua, scuola, lavoro regolare e cittadinanza per chi partecipa alla vita comune appartengono allo stesso disegno. I diritti senza doveri alimentano diffidenza. I doveri senza diritti producono subordinazione. L’integrazione trasforma la diversità in appartenenza, invece che in segregazione o paura identitaria.

Questa architettura richiede infine l’Europa. Nessuno Stato europeo dispone da solo della scala necessaria per governare piattaforme, energia, difesa, migrazioni e catene industriali. Ma l’Unione deve cessare di essere percepita come il luogo del vincolo e diventare lo spazio della protezione democratica: risorse comuni, responsabilità leggibili, Parlamento più forte, decisioni contestabili. La sovranità condivisa non può essere un altro nome della tecnocrazia; deve restituire ai cittadini il controllo su poteri che gli Stati non governano più.

Non è un programma moderato. È severo con le rendite private e l’inefficienza pubblica, con i monopoli e il clientelismo, con l’impresa che socializza le perdite e con lo Stato che compra consenso attraverso i bonus. Chiede al mercato di produrre innovazione e allo Stato di produrre capacità; all’impresa di assumere rischio e al cittadino di esercitare responsabilità; alla protezione sociale di liberare, non di sedare.

Questa serie è cominciata dal baratto più pericoloso: libertà in cambio di sicurezza. Può concludersi soltanto rovesciandolo. La sicurezza democratica non restringe la libertà, le dà sostanza; la libertà non abbandona l’individuo, gli consente di non dipendere né dal monopolio, né dal bisogno, né dal capo. Il nuovo liberalsocialismo o, per chi rifugge da questa formula, la nuova economia sociale di mercato è il nome di questo patto: mercato senza dominio, Stato senza padrone, welfare senza sudditi. Una democrazia torna credibile quando protegge abbastanza da rendere liberi e rende liberi abbastanza da non avere bisogno di un protettore.

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