Il fisco che spreme e il bipopulismo che promette
Biagio Marzo.
A fine mese, puntuale come una cambiale, arriva il fisco. Tra imposte, ritenute, acconti, saldi e adempimenti, l’Agenzia delle Entrate presenta il conto agli italiani, spesso trasformando il rapporto con lo Stato in una lunga corsa a ostacoli. Basta guardare il calendario fiscale: le scadenze si susseguono durante tutto l’anno e riguardano Irpef, Iva, ritenute e una miriade di altri adempimenti. Il problema non è pagare le tasse. In uno Stato democratico e sociale, chi ha di più deve contribuire di più e le imposte devono finanziare servizi, sanità, scuola, sicurezza e welfare. Il problema è quando il fisco diventa soltanto uno strumento di prelievo e non viene accompagnato da una vera politica di crescita, di riduzione della spesa improduttiva, di contrasto all’evasione e di semplificazione burocratica. A pagare, alla fine, rischiano di essere sempre gli stessi: lavoratori dipendenti, pensionati, professionisti e imprese che non possono sottrarsi al fisco. È proprio qui che si misura la differenza tra il riformismo e il bipopulismo, tanto di destra quanto di sinistra. I veri socialisti riformatori, autonomisti e alternativi non possono accettare né lo Stato fiscale che si limita a spremere i contribuenti, né lo Stato assistenziale che promette tutto a tutti senza chiedersi chi pagherà il conto. La nostra battaglia deve essere per un fisco più semplice, equo e progressivo, capace di premiare il lavoro, gli investimenti e chi produce ricchezza, senza trasformare l’evasione fiscale in un alibi per aumentare indefinitamente la pressione sui contribuenti fedeli. Da una parte Giorgia Meloni rivendica la tenuta dei conti pubblici e la responsabilità finanziaria del governo; dall’altra, nel campo progressista, il confronto politico sembra spesso concentrarsi sulla futura leadership e sulla gara per stabilire chi sarà il candidato alla Presidenza del Consiglio. E nel frattempo Giuseppe Conte continua a proporre la politica del panciafichismo: promettere la luna nel pozzo, facendo leva sull’idea che per ogni problema debba esistere un bonus, un sussidio o un trasferimento pubblico. Il Reddito di cittadinanza, pur essendo formalmente rivolto a nuclei in condizioni economiche determinate e sottoposto a requisiti di reddito e patrimonio, è diventato il simbolo di una stagione nella quale l’assistenza ha rischiato di prevalere sulle politiche attive del lavoro. Nel 2023 l’INPS registrò oltre 1,36 milioni di nuclei percettori di almeno una mensilità di Reddito o Pensione di cittadinanza. Poi ci sono stati i banchi a rotelle della stagione del Covid, diventati il simbolo di una certa idea di spesa pubblica emergenziale, e il Superbonus del 110 per cento, misura che ha alimentato un enorme intervento fiscale nel settore edilizio e che ancora oggi pesa sul dibattito sui conti pubblici. Non è questa la sinistra riformatrice che serve all’Italia. E non è riformismo nemmeno confondere il rigore dei conti con la semplice amministrazione dell’esistente. Il punto è un altro: come si costruisce uno Stato che sappia chiedere il giusto ai cittadini e restituire loro servizi efficienti, opportunità e sicurezza? Come si riduce la pressione fiscale senza compromettere la sostenibilità dei conti? Come si sostiene chi è davvero povero senza trasformare l’assistenza in una condizione permanente? Come si premia chi lavora, investe, assume e rischia?
Su queste domande il bipopulismo, di destra e di sinistra, continua a offrire risposte semplici a problemi complessi: da una parte la promessa della stabilità senza una stagione di grandi riforme, dall’altra la distribuzione di risorse pubbliche come risposta universale alle difficoltà sociali. Il riformismo deve invece tornare a parlare di lavoro, crescita, merito, welfare sostenibile, riduzione della pressione fiscale e responsabilità della spesa pubblica. Non promettere la luna nel pozzo, ma costruire le condizioni perché gli italiani possano raggiungerla con le proprie forze. Perché la solidarietà non può diventare assistenzialismo, così come il rigore non può diventare vessazione fiscale. Tra questi due estremi c’è lo spazio di una politica socialista, riformatrice, autonomista e alternativa: uno Stato che non persegua chi paga le tasse e non premi chi vive permanentemente alle sue spalle. È questa la vera alternativa al bipopulismo: non meno Stato, ma uno Stato migliore; non più tasse, ma più equità; non più bonus, ma più lavoro e opportunità.





