Petrolio e gas, la mappa delle estrazioni in Italia
La norma finalizzata ad accelerare i procedimenti amministrativi per le attività energetiche strategiche e, in particolare, quelli di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi – approvata dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – ha riaperto un dibattito mai davvero sopito nel nostro Paese. Un dibattito che verte innanzitutto su un interrogativo: quali interessi siamo disposti a sacrificare per tutelare l’interesse nazionale alla sicurezza energetica e alla continuità degli approvvigionamenti? La norma, infatti, è stata rivendicata dal governo come primo passo verso l’aumento della produzione domestica di gas e petrolio: una necessità, quest’ultima, manifestatasi già all’indomani dello scoppio del conflitto russo-ucraino, nel 2022, e resa ora ancor più urgente dal prolungarsi delle ostilità in Medio Oriente. “Permetterà allo Stato di nominare dei commissari che aiutano le Regioni a tagliare i tempi e a rilasciare molto più velocemente permessi e concessioni per la ricerca, l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi sul nostro territorio”, ha spiegato Giorgia Meloni. Ma quali sono e dove si trovano i giacimenti di idrocarburi nel nostro Paese? La risposta viene da un dettagliato articolo del Quotidiano Nazionale.
Cominciamo dal petrolio. Intanto, è bene fare chiarezza: i giacimenti italiani sono pochi, difficilmente sfruttabili e frammentati, dunque in grado di soddisfare solo una porzione esigua del fabbisogno energetico del Paese. “Eppure, con i dovuti investimenti, potremmo passare dall’attuale produzione nazionale di 4 milioni di tonnellate di petrolio all’anno ad almeno 8 milioni – argomenta Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia –. Considerato che il fabbisogno nazionale annuo è pari a 55 milioni di tonnellate, questa misura non è certo risolutiva, ma aiuterebbe comunque a coprire un ammanco per cui, oggi, siamo costretti a ricorrere all’import da Paesi terzi, a caro prezzo”.
Le principali aree estrattive si concentrano nel Mezzogiorno. In Sicilia, in particolare, si trovano alcuni dei giacimenti storicamente più significativi, sia sulla terraferma sia nei tratti di mare circostanti: quello di Ragusa (a 1.500 metri di profondità), quello di Gela (scoperto nel 1956, si trova a 3.500 metri di profondità) e quel di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2.000 metri di profondità). Altri poli di rilievo sono presenti in Basilicata, con la Val d’Agri, e nell’Adriatico ravennate (Porto Corsini). Pur con differenze tra i vari siti, sono giacimenti generalmente profondi e, dunque, tecnicamente complessi da sfruttare. Dopo il picco raggiunto alla fine degli anni Novanta, l’estrazione nei siti italiani ha mostrato una tendenza al declino, con un progressivo esaurimento delle risorse stimato intorno al 3% annuo.
Basilicata è la regione al primo posto in Italia per estrazione di petrolio: i pozzi estrattivi che sfruttano il sottosuolo sono quello nella Val d’Agri (da 50-70.000 barili al giorno) e quello a Tempa Rossa, da 30-50mila barili al giorno. Dai due pozzi della Basilicata, il petrolio estratto raggiunge la raffineria di Taranto tramite oleodotto. La seconda regione per quantità di petrolio estratto è la Sicilia: la produzione, sia pur limitata, è assicurata dai giacimenti distribuiti tra Gela, il Ragusano, una fascia tra Bronte e Troina e una piccola porzione di Trapanese, nonché dalle piattaforme in mare.In Emilia-Romagna troviamo i 4 pozzi del Cavone tra Novi, San Possidonio e Mirandola, dove l’attività estrattiva dovrebbe proseguire almeno i prossimi 10 anni. Qui si estraggono 2 milioni di kg (più di 14mila barili) di greggio all’anno, ovvero lo 0,5% della produzione nazionale, che confluisce, poi, nelle raffinerie di Taranto. L’attività estrattiva prosegue anche in Piemonte, nei pozzi superstiti tra Galliate, Trecate e Romentino. Proprio nel comune di Trecate, in provincia di Novara, si trovava il giacimento di Villafortuna, considerato il più abbondante d’Italia. Nel 2016, però, la sua attività è definitivamente cessata a causa dell’esaurimento delle riserve. Al largo delle coste di Molise, Marche e Abruzzo troviamo, infine, 5 piattaforme in mare: due sono localizzate di fronte alla costa marchigiana; tre dinanzi a quella abruzzese-molisana. Nell’entroterra molisano, più precisamente nel comune di Rotello (Cb), è presente un piccolo giacimento, di proprietà del gruppo Eni e attivo principalmente nella produzione di gas naturale. Recentemente – si legge sul sito della società cui è affidata la gestione, Cefla gest Srl – sono state autorizzate nuove perforazioni (come il pozzo “Torrente Tona 26”) per ottimizzare lo sfruttamento delle riserve locali di idrocarburi.
Capitolo gas naturale: anche in questo caso, una premessa è più che doverosa. Si stima che, nel sottosuolo italiano siano presenti circa 350 miliardi di metri cubi di gas naturale; un valore, quest’ultimo, che include sia riserve già confermate che possibili. Se teniamo in considerazione solo le riserve certe di gas, non andremo oltre i circa 100 miliardi di metri cubi. “Attualmente, il nostro Paese non va oltre i 3,5 miliardi di metri cubi di gas naturale estratto, a fronte di un fabbisogno complessivo di 63 miliardi di metri cubi – prosegue Davide Tabarelli – Per questo motivo la risorsa gas viene largamente importata dall’estero. In realtà, non è sempre stato così: a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 la produzione nazionale raggiunse picchi attorno ai 21 miliardi annui, cioè circa 6 volte la quantità attuale. Non abbiamo più eguagliato quel record, perché, nel frattempo, la normativa ambientale si è fatta molto più rigorosa, numerosi impianti sono diventati obsoleti e i player del settore non sono incentivati a investire nel nostro Paese. Lo spettro della chiusura imminente – per ragioni di impatto ambientale o per effetto di prese di posizione politiche – scoraggia ogni tentativo di investimento nel lungo periodo”.
Tornando alla nostra produzione attuale di 3,5 miliardi di metri cubi, questa proviene da poco meno di 1.300 pozzi estrattivi dislocati lungo la penisola, sia onshore (sulla terraferma) che off-shore (in mare): di questi, 514 sono abitualmente utilizzati per l’estrazione, mentre 752 sono attivi solo formalmente ma, al momento, non impiegati; la restante parte è composta da pozzi di controllo e manutenzione. L’Adriatico settentrionale è l’area con le riserve accertate maggiori di gas metano (in particolare, il lembo compreso tra Chioggia Mare e Cervia, nel Ravennate). La zona d’Italia in cui si estrae più gas metano, però, è la Basilicata, con 1.079.274.088 metri cubi standard. A seguire troviamo Sicilia, Emilia Romagna e Molise. Buoni risultati anche per le zone offshore, specialmente quella al largo dell’Emilia Romagna e, sempre lungo l’Adriatico, quella al largo di Marche e Abruzzo.





