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Cultura

Quante e quali le vittime della caccia alle streghe

Luciano Luciani.

Non è possibile stabilire precisamente il numero delle vittime delle persecuzioni che durarono circa tre secoli – dal 1450 alla prima metà del XVIII secolo –  e che vanno sotto il nome sbrigativo di “caccia alle streghe”. Forse merita azzardare qualche ipotesi per provare a spiegare come è potuto accadere che un intero continente, quello europeo con non poche propaggini nell’America settentrionale, sia potuto precipitare in un “sonno della ragione” così profondo da legittimare l’intolleranza, il fanatismo e l’odio offrendo a tali sentimenti e comportamenti anche una legale veste giuridica. Motivi di ordine sociale, religioso e politico sottendono certamente a un tale “impazzimento della ragione”, ma c’è forse qualcosa di più da andare a ricercare nelle “zone oscure degli atteggiamenti e dei comportamenti individuali e collettivi. Così scrive lo storico Trevor Roper nel suo celebre saggio Protestantesimo e trasformazione sociale, 1969: “Nei suoi periodi di introversione e di intolleranza, la società cristiana, come tutte le società, cerca capri espiatori. L’ebreo e la strega vanno tutti e due benissimo da questo punto di vista, e la società si accontenterà di quello che è più a portata di mano”.

Dunque, per lo storico inglese la “caccia alle streghe” si configura come la valvola di sfogo di collettività, gruppi umani, popolazioni dell’Europa cristiana duramente impegnati nella complessa e difficile fase di transizione dal Medioevo all’età moderna. La demonomania non sarebbe altro che la tragica testimonianza del permanere di conflitti e tensioni, ancora agenti nel profondo delle diverse società europee, non risolti, oppure appena sfiorati dalla ragione rinascimentale, dal recente allargarsi dei confini geografici e degli orizzonti spirituali dell’uomo.

La follia della “caccia alle streghe” si alimenta, quindi, di motivi di natura sociale, religiosa, politica, culturale, psicologica: questi, confusi e mescolati tra loro, interagiscono nel fomentare, enfatizzare, esasperare la repressione ostinata, irriducibile, coerente e feroce di una Chiesa – quella cattolica prima, le altre confessioni più tardi –  impaurita per la propria stessa esistenza, lacerata, incalzata

Nasce così uno dei capitoli più cupi e inquietanti della storia europea alle cui tristi vicende parteciparono, in maniera oggi non più distinguibile, colti e analfabeti, aristocratici e borghesi, uomini e donne delle campagne e cittadini, laici ed ecclesiastici.

Come al solito saranno i più deboli – le moltitudini affamate e cenciose, le misere e inquiete plebi urbane – a pagare il prezzo più alto a questa ennesima degenerazione dello spirito umano. Facciamo però, attenzione alle facili e unilaterali interpretazione in chiave soltanto sociologica. Certo, nell’eccitare l’ossessione diabolica agirono le miserevoli condizioni economiche e sociali di quei tempi calamitosi: infatti, le principali epidemie demonopatiche in genere coincidono con le fasi più acute dello scontro politico-religioso in atto nella storia europea, ed è anche vero che la paura demoniaca regredisce con il miglioramento delle possibilità di vita della gente. Per esempio, più lunghi periodi di pace; meno guerre e meno disastrose; una maggiore capacità d’intervento umano nella prevenzione e nel controllo delle carestie e delle pestilenze; una maggiore diffusione dell’istruzione di base; i progressi della medicina… A queste considerazioni interpretative vanno poi aggiunti anche elementi di natura psicologica: non trascuriamo, allora, i guasti indotti da una generalizzata repressione sessuale e forme di ogni tipo di labilità psichica (isteria, delirio, epilessia, mitomania) ampiamente diffuse e che trovavano spiegazione nella miserabilità delle condizioni di vita delle classi subalterne. Naturalmente gli inquisitori e i magistrati fanatici dell’epoca le equiparavano a manifestazioni diaboliche o ai frutti velenosi dell’agire di Satana nel mondo degli uomini…Ma il lettore moderno che prende visione degli atti dei processi alle streghe resta colpito da un altro dato: una sorta di complicità di fondo che sembra legare ambiguamente boia e vittima, carnefici e perseguitati, inquisitori e inquisiti. Comune appare la fede nell’esistenza di una realtà demoniaca e ampiamente condivisa dagli uni e dagli altri, pur nella diversità di condizione e di ruoli: la triste coscienza di vivere in un mondo negativo e ostile, dominato da forze oscure e irrazionali, da contrastare o a cui aderire.

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