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Economia

Meloni e gli emissari di Schlein sembrano d’accordo sul Monte dei Paschi ma vediamo che succede

Mal comune non è mezzo gaudio, scrive Antonella Coppari sul Quotidiano Nazionale. Per una volta che Giorgia Meloni ed Elly Schlein si trovano d’accordo, sono costrette a camminare sulle uova, alle prese con il ginepraio del risiko bancario. Sulla scalata di Intesa a Mps, le due leader si ritrovano di fatto schierate sullo stesso fronte: l’istituto senese non deve essere spezzettato né perdere il proprio marchio. Entrambe osservano con interesse le manovre difensive dell’ad Luigi Lovaglio, sperando che bastino a frenare l’arrembaggio di Intesa.

In casa dem, le parole d’ordine sul territorio sono la fotocopia di quelle di Palazzo Chigi. “Mantenere l’identità ha un significato che va oltre il nome. Significa presidio territoriale in termini di filiali e livelli occupazionali”, avverte il deputato e segretario toscano Emiliano Fossi. È una posizione obbligata per il Pd locale, storicamente legato alle sorti del Monte. Tuttavia, per non finire stritolati nell’abbraccio con la premier, i vertici nazionali provano a smarcarsi alzando il tiro. A suonare la carica è il capogruppo al Senato, Francesco Boccia: “Gli sviluppi di queste ore rendono ancora più urgente una domanda che poniamo da tempo: qual è la strategia del Governo sul futuro del sistema bancario?”. Tradotto: l’esecutivo deve fare un passo indietro e “lasciar fare al mercato”. Le altre opposizioni sono già sulle barricate per una guerriglia tattica: “Meloni smetta di fare il banchiere”, riassume Benedetto Della Vedova (+Europa).

Dal canto suo, il governo incassa gli attacchi trincerandosi dietro la linea del “non ce ne occupiamo”. Ma la realtà è che Palazzo Chigi si trova in una morsa. Da una parte, c’è la necessità di non mettersi contro le istanze locali e la storia del territorio. Una sponda che trova compatti gli alleati. Matteo Salvini detta la linea per il Carroccio: “Il tema più importante è il rispetto della storia, dell’autonomia e del personale di istituzioni bancarie che sono tra le più antiche al mondo”. A fargli eco c’è Maurizio Gasparri (Forza Italia), che non rinuncia alla stoccata: “Giusto rispettare il radicamento, purché non vengano ripercorse le strade del passato, con scandali e gestioni dissennate da parte della sinistra”. Insomma, la spinta per frenare lo smembramento è corale, dal sindaco di Siena in quota FdI fino ai vertici della maggioranza. E martedì gli enti locali incontreranno proprio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per fare il punto sulla partita.

Dall’altra parte, però, pesa la macro-economia. L’esecutivo sa bene che non può mettersi di traverso alla creazione di un gruppo creditizio di livello europeo, quale diventerebbe Intesa con l’acquisizione di Mps. La nascita di “campioni” continentali è un mantra trasversale, essenziale per garantire un mercato dei capitali in grado di finanziare lo sviluppo e trattenere nel Vecchio Continente quel risparmio che oggi vola negli Stati Uniti. Nelle chiacchiere di transatlantico, aleggiano sempre i dossier di Draghi e Letta.

Il cerchio da far quadrare è tutto qui: non ostacolare la crescita di un polo finanziario globale senza pagare il prezzo elettorale dei malumori sociali nel centro Italia. La via d’uscita del governo è dunque pragmatica: una robusta moral suasionaccompagnata dall’ombra del golden power, velato deterrente da lasciar aleggiare sullo sfondo. E quando si arriva al sodo, ovvero a quel 4,8% di azioni Mps ancora in mano allo Stato, il Tesoro fa melina. L’ipotesi di cedere la quota non pare nell’agenda odierna: “Venderemo quando capiremo che ci conviene”. La speranza silenziosa resta una sola: che le contromosse di Lovaglio spingano Intesa a una trattativa che riveda il piano. Un compromesso di mercato per salvare capra, cavoli, orgoglio senese e ambizioni europee.

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