Lucca e la terribile peste del 1630-31
Roberto Pizzi.
Le società preindustriali erano estremamente soggette a varie calamità e nell’Europa cristiana una delle più frequenti invocazioni verso la divinità era: A bello, fame et peste libera nos. La guerra, la carestia e la peste provocavano, infatti, terribili decimazioni tra la popolazione. La guerra, più che per i suoi effetti diretti, diveniva funesta per le sue conseguenze, come le carestie che si verificavano dopo il passaggio delle soldataglie, a cui seguivano le epidemie dovute alle condizioni igienico-sanitarie sia degli eserciti, che dei centri urbani. Nelle città le immondizie si ammucchiavano per strade e cortili, gli animali convivevano con gli uomini, spesso in case di legno senza impianti igienici e prive di pozzi con acqua potabile, dove topi, cimici e pulci pullulavano ovunque. Era, inoltre, costume e necessità lavarsi poco – specialmente d’inverno, per non correre il rischio mortale della polmonite – mantenendo indosso abiti sudici e frusti.
Frequenti furono le epidemia di influenza, febbre tifoide, tifo petecchiale, dissenteria e di altre malattie strane che neppure i moderni scienziati sono riusciti ad identificare, ma la più temibile fra queste fu la peste. Portata da un microbo chiamato Yersinia pestis e diffusa dalla pulce del mus rattus, il ratto nero, la malattia si presentò in Europa almeno fin dal XI secolo. Finché la popolazione rimase scarsa e sparpagliata per le campagne, con poche relazioni, le possibilità di contagio furono limitate. Quando ai primi del Trecento molte zone d’Europa diventarono sovrappopolate e i commerci e le comunicazioni si svilupparono, i termini del problema mutarono sostanzialmente. Insieme ai viaggiatori, i mercanti e le merci, viaggiavano anche i microbi che trovavano buona accoglienza nelle città non in grado di bilanciare l’incremento demografico con alcun progresso medico od igienico. Il rapporto fra popolazione e risorse stava chiudendosi nella classica trappola malthusiana dalla quale sarebbe deflagrata la spaventosa epidemia di peste degli anni tra il 1347 e il 1351 testimoniata dal “Decamerone” del Boccaccio, secondo il quale la Firenze d’allora era divenuta un sepolcro. E la tragedia non finì lì: con la pandemia del 1347-51 la peste si stabilì in Europa in forma endemica, scoppiando ad intervalli più o meno lunghi, a volte su scala locale, altre in modo più vasto. Cosa significasse un’epidemia di questo genere lo si può desumere dalle cifre che indicano la mortalità delle diverse città italiane durante la peste del 1630-31.
La malattia, che si diffuse nell’Italia settentrionale e nella Toscana, uccise circa 1.100.000 persone su un totale stimato intorno ai 4 milioni, con città dove i decessi giunsero fino al 60% della popolazione. La peste di manzoniana memoria giunse in Italia con le truppe imperiali impegnate nella seconda guerra del Monferrato e iniziò a mietere vittime in Lombardia alla fine del 1629. Da uno studio di Rita Mazzei sappiamo che nell’autunno del 1630 il morbo arrivava a Lucca, dove i responsabili della sanità seguivano da tempo le vicende del contagio che investiva l’Europa. Tuttavia le conoscenze dell’epoca permettevano solo rimedi empirici, come il bando dei mendicati (i più esposti al primo contagio), o l’obbligo di certificati sanitari per chi entrava nella Repubblica. Dal 1626 era stata imposta la quarantena ai carichi di seta che arrivavano da Viareggio e da Messina, ma i mercanti si opponevano al completo isolamento della città e solo dal primo di ottobre del 1630 accettarono il blocco delle importazioni anche dagli altri luoghi del Gran Ducato, con l’eccezione di Pisa e Livorno. Quando il 28 ottobre la peste era già segnalata in tutta la Toscana, ancora ci si opponeva alla chiusura dei traffici con queste due città, intorno alle quali gravitavano interessi mercantili troppo forti. Passarono così altri giorni preziosi e si giunse infine al 3 novembre, quando scattò il blocco totale, ormai tardivamente poiché già da alcuni giorni si erano verificati casi di contagio nelle zone di S. Concordio e di Pontetetto. In un contesto di gravi difficoltà economiche, col settore della seta in crisi, il dilagare della disoccupazione e della miseria nei ceti artigiani, la peste trovava fertile terreno nella mancanza di igiene della città e nelle condizioni debilitate della popolazione. In poche settimane il male si espandeva entro le mura e in quasi in tutto il contado, il terrore si diffondeva e ognuno pensava a sé stesso: i ricchi fuggivano nelle loro ville di campagna, riuscendo a contenere le perdite del loro ceto. Gli artigiani e la gente miserabile restavano indifesi all’arrivo dell’estate, quando la peste esplodeva in tutta la sua violenza facendo riempire i lazzaretti e più ancora i cimiteri, dove giungevano carri pieni di cadaveri ed anche con qualche appestato ancora agonizzante. Solo verso la fine del 1631 il contagio perdeva virulenza.
Perchè scomparisse del tutto bisognò attendere l’anno successivo, quando fu possibile un bilancio delle perdite, rivelatosi pesantissimo: solo per la città si contarono quasi diecimila morti, vale a dire circa il 38% della popolazione. Lucca era prostrata, poiché come in genere avveniva anche altrove, l’epidemia colpiva molto più severamente le città rispetto alle campagne, se non altro per l’addensamento della popolazione in locali insalubri e ristretti. Le città italiane, che grazie alla nascita dei comuni avevano segnato la fine dell’epoca buia dell’anarchia e delle invasioni barbariche, da culle della civiltà – come sono state definite – diventavano, per effetto delle epidemie, “bare” di una vasta umanità. Comunque, non per merito della razionalità europea, quanto per l’effetto dei microbi, fra il 1300 e il 1700 il ristagno della popolazione ebbe anche effetti positivi. A differenza dell’Asia, i paesi europei non vennero soffocati dalla pressione demografica, col risultato che a partire dal secolo XVIII, quando ormai la peste era regredita e quasi scomparsa, il tenore medio della vita poté innalzarsi progressivamente e la mancanza di braccia dette impulso alla ricerca e all’introduzione della macchina nei processi produttivi.


