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La politica va in vacanza con due protagonisti: Conte e il Generale

Mario Lavia su Linkiesta manda i politici in vacanza. Finisce l’anno politico – tutti al mare! – con un bilancio pessimo per i sostenitori della Resistenza ucraina, simbolo della Resistenza europea al doppio imperialismo trumputiniano; e dunque con un indebolimento delle posizioni democratiche. 

La politica infatti va in vacanza con due protagonisti che ormai influenzano il quadro politico in modo decisivo: Roberto Vannacci e Giuseppe Conte. Si tratta, in maniera diversa, di due soggetti che oggettivamente rappresentano le ragioni dell’antieuropeismo, potente arma ideologica del regime russo. 

Futuro Nazionale, ancora più della Lega di cui è una costola, segna l’irruzione sulla scena di un partito ipernazionalista e fascistoide che insieme ai tedeschi di Afd, a Marine Le Pen, a Nigel Farage e agli spagnoli di Vox puntano alla disarticolazione dell’Unione europea e alla distruzione dei valori di democrazia e solidarietà che la connotano: scenario ottimo per il Cremlino, che da anni ha intrapreso la famosa guerra ibrida contro l’Europa intesa come un soggetto unitario. 

Conte su questo fronte è meno strutturato perché ontologicamente si tratta di un trasformista sempre pronto a saltare il fosso, ma rappresenta comunque una mina vagante nel campo avversario della destra. La sua iniziativa politica sulle questioni internazionali, a cominciare dall’Ucraina, introduce nel campo progressista una frattura che non è soltanto tattica perché mette in discussione il rapporto con l’Europa, con l’Occidente e con quella tradizione della sinistra europea alla quale il Pd continua formalmente ad appartenere. 

È la tempesta perfetta che si avvicina all’Italia, senza peraltro che, a differenza del film che pure finiva male, vi sia un George Clooney che provi a fronteggiarla. Infatti le due leader che dovrebbero farlo sono entrambe deboli. 

Giorgia Meloni, che pure resta la principale protagonista della politica italiana, appare un po’ stanchina, nel senso che in quattro anni non è riuscita a portare a casa risultati importanti, anzi. Per coprire i buchi della sua non-azione, Meloni continua a fare la faccia feroce con mezzo mondo, prima con Emmanuel Macron ora con Pedro Sánchez: ma sono diversivi. Il Paese è sempre fermo al palo, le ingiustizie non sono minimamente state ridotte, riforme serie non si sono viste, ha perso un referendum e i sondaggi non autorizzano slanci particolari. 

Per quanto riguarda Elly Schlein, tutti vedono come il campo largo non decolli non solo nel gioco politico ma soprattuto nel vivo della società. Le scelte sono sempre rinviate – ci aspettano quattro mesi di chiacchiere su regole sulle primarie (aiuto!) e programmi – mentre le contraddizioni aumentano.

Eppure entrambe, Meloni e Schlein, sono stra-convinte di farcela. La premier puntando sullo sgonfiamento di Vannacci e sperando in qualche pur modesto risultato in campo economico – prepariamoci a una legge di bilancio di mance e mancette elettorali – mentre la segretaria del Pd è convinta che la forza organizzativa del suo mondo basterà a farle vincere le primarie, malgrado nel Pd molti non la vedano di buon occhio (operazione Bersani di cui abbiamo scritto ieri), e poi le elezioni. 

Magari i fatti le daranno ragione, ma una sinistra formato Spin time, no armi e ProPal, forse non riuscirebbe a governare un Paese complesso come il nostro. L’autunno, che non è illogico attendersi molto teso dal punto di vista sociale e persino della piazza, chiarirà i rapporti di forza nella destra e nella sinistra. 

La legislatura è arrivata al suo ultimo giro senza che sia emersa una credibile alternativa al bipopulismo dominante, come detto, sempre più involuto e non c’è ormai più tempo per costruirla. È una situazione di crisi morbosa, avrebbe detto Gramsci, dei rapporti politici. Qualche volta, in queste fasi, è emersa una qualche novità. Adesso però tutto sembra bloccato nei meccanismi più tradizionali della lotta politica intesa come lotta per la sopravvivenza: una condizione quasi hobbesiana nella quale ciascuno teme di perdere il proprio spazio di potere. 

A questo punto, o c’è una ripresa di una politica seria e di una correzione della deriva estremista che è in atto in entrambi i campi, o il Paese può veramente prendere una strada pericolosa. Nel segno di una fase ulteriore del bipopulismo, cioè del vannaccismo e del contismo: una miscela potenzialmente eversiva della razionalità politica e degli assetti democratici.

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