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La Firenze di Graziano Cioni e quella di oggi “svenduta”

“Andiamo a chiacchierare giù, si sta meglio”. Graziano Cioni da Pontorme, scorza empolese, schiaccia il tasto dell’ascensore. La mano è rigida, la malattia picchia duro da anni ormai. 

Eppure lo sguardo di un tempo c’è ancora, quello ostinato del comunista dall’ordinanza facile (“Via i lavavetri”, “Via i clochard che chiedono l’elemosina, fanno inciampare i ciechi”), forgiato nelle case del popolo rosso livido dei Sessanta, più incline a rammentare le lezioni di vita di Quirino Fiorini detto ’Rinuccio’, amico d’infanzia, che a bersi pagine di Vladimir Majakovskij. D’altronde lo ’Sceriffo’ a porgere l’altra guancia al Parkinson – l’“inquilino inglese” come lo chiama lui, con i lampi di genio figli della sua arguzia rurale – non c’hai mai pensato. “Si combatte sempre”. E’ l’intervista che pubblica La Nazione.

Cioni, è vero che lei qui parla ogni giorno con un prete?

“È un frate”.

Vengono in mente Peppone e Don Camillo. E che vi raccontate?

“Lo confesso… (sorride ndr)”.

Partiamo dalla sua infanzia.

“In casa nostra c’era una grande miseria”.

Che lavoro faceva il suo babbo?

“All’inizio vendeva la frutta, ma non era uomo da stare al pubblico”.

E perché?

“Un giorno qualcuno gli disse che un’arancia era acerba. Lui gliela strizzò sul viso e gli disse: ’Non mi pare’. Si mise a fare il cenciaiolo”.

E lei?

“Andavo a fare le pulizie in una famosa cartoleria di Empoli. Una volta mentre spazzavo entrò il figlio, prese la scopa e mi disse in malo modo: ’Non si fa così, si fa così’. E io gli dissi ’Ovvai, continua te’. Il babbo si inc… e mi portò a fare il cenciaiolo”.

E la politica quando arriva?

“Non la conoscevo la politica, immaginavo solo una società dove si poteva stare tutti meglio. Presto diventai il segretario della Fgci di Pontorme, poi segretario comunale del Partito comunista”. 

E si aprono le porte di Firenze…

“Nel 1970, mi eleggono consigliere provinciale”.

E’ vera la storia del suo arrivo a Palazzo Medici Riccardi in Ape?

“Certo, era l’Ape del mio babbo. Il capo garagista, il Pannini, mi vide e urlò: “Ma dove c… vai?“. Pensava fossi l’elettricista. Io scesi, gli diedi le chiavi e gli dissi “Vai, parcheggiamela“. La mise accanto alla macchina di Franco Staino, il fratello di Sergio”. 

Nel 1987 lei diventa assessore comunale al traffico e crea la Ztl. Ci fu l’insurrezione dei commercianti.

“Un pandemonio, c’erano i negozi listati a lutto. Ci fu una lunga battaglia con Valentino Giannotti, il capo dei commercianti dell’epoca. La mia linea era quella di una città vissuta, con meno auto. Ma vede, al tempo c’era comunque una città vera, c’era dibattito. Oggi tanti non sanno neanche cosa vogliono”.

Non le piace la Firenze di oggi?

“È una città svenduta”.

Di chi le colpe?

“Vede c’è stata una generazione che ha fatto la Resistenza, poi un’altra che ne ha seguito il solco. E poi l’ultima, che non ha radici. E come diceva Andreotti: “Bisogna conoscere le proprie radici per sapere dove andare“”.

Ora cita perfino il nome simbolo della Dc…

“Le appartenenze sono questioni di una volta ormai. Oggi c’è una crisi della politica”.

La sua sinistra non c’è più?

“Non vedo più battaglie vere per un lavoro digniotoso, per combattere la miseria. Perciò dico: basta steccati, uniamoci tutti in nome di valori condivisi”.

Cos’è per lei la famiglia?

“Nel privato ho fatto un po’ di casini, ma ho mantenuto buoni rapporti con le mie ex mogli”.

Ha avuto tanti figli.

“Sei. Purtroppo com’è noto Valentina morì a soli 26 anni. Non esiste nella vita un dolore più grande”.

Gli amici di sempre?

“La Tea Albini, al mio fianco da sempre. E anche Michele Ventura e Riccardo Sarra, Massimo”.

Nel 1976 fu spedito dal partito in Friuli all’indomani del terremoto. Cosa ricorda?

“Ci fu un momento bellissimo. La gente era fuggita terrorizzata dalla zona di Gemona: tutti verso il mare, verso Grado. Io promisi: “L’ultimo dell’anno tornerete tutti qui“. Forte dell’esperienza delle feste dell’Unità feci allestire un gigantesco tendone nell’aeroporto dismesso di Osoppo per una cena collettiva. Poi lanciai un appello ai personaggi più famosi dell’epoca. Venne Claudio Villa. Però c’era un problema: andava pagato. Quando arrivò però centinaia di terremotati gli andarono incontro commossi. Io mi feci da parte e gli feci un cenno come dire: “Quanto le dobbiamo?“. Lui disse “Niente, niente“”.

Cioni, cosa le ha insegnato la malattia?

“Mi ha fatto scoprire il mondo degli anziani. Li stiamo dimenticando, è un errore enorme. Loro sono la memoria, sanno cose che nei libri non sono scritte”.

Un messaggio a Firenze?

“Questo. Ascoltate gli anziani”.

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