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Trump lancia il presidente della Fifa come segretario generale delle Nazioni Unite

Ariel Piccini Warschauer.
Con 211 federazioni affiliate, la FIFA governa un territorio più vasto delle Nazioni Unite. Un impero globale che muove miliardi, orienta infrastrutture e parla direttamente ai capi di Stato di tutti i continenti. È in questo punto di intersezione tra diplomazia sportiva e potere puro che si consuma l’asse tra Donald Trump e Gianni Infantino: una convergenza di interessi e stima reciproca che ora alimenterebbe l’ipotesi più clamorosa, il sostegno della Casa Bianca per il vertice del Palazzo di Vetro.
Un’ipotesi che arriva a coronamento di oltre due mesi di eventi in cui sport e politica si sono intrecciati come mai prima d’ora. Al di là della fattibilità e dell’opportunità istituzionale di un approdo al Palazzo di Vetro, i due leader hanno mostrato negli ultimi anni una sintonìa d’acciaio. Non solo un Mondiale condiviso con USA, Canada e Messico, ma un dialogo costante che ha visto Infantino ben oltre la semplice cornice calcistica, fino ad arrivare a mediazioni riservate su dossier complessi e polemiche internazionali.
L’influenza della FIFA non si limita al dato sportivo. La Federazione mondiale conta più Paesi membri dell’ONU stessa (211 contro 193) e garantisce al suo presidente un ruolo di interlocutore privilegiato con i governi di tutti i continenti. Un potere che si declina in accordi commerciali con i giganti della tecnologia e del petrolio, gestione di infrastrutture, contratti TV e l’assegnazione dei grandi tornei che muovono miliardi di dollari.
Negli ambienti vicini alla Casa Bianca si sottolinea come Infantino abbia la spiccata capacità di “unire le persone” e di navigare le acque tempestose della geopolitica moderna: dai rapporti con i Paesi del Golfo al dialogo mantenuto aperto con la Russia, fino alle relazioni con i colossi asiatici. Un profilo aziendale e pragmatico che piace particolarmente alla visione trumpiana della diplomazia internazionale.
Tuttavia, la prospettiva di una candidatura all’ONU non manca di suscitare perplessità e dibattiti accesi tra i diplomatici di carriera tanto ad Est quanto ad Ovest. Se da un lato l’efficienza manageriale e la penetrazione globale della FIFA sono indiscutibili, dall’altro le Nazioni Unite richiedono un bilanciamento geopolitico e una sensibilità ai diritti umani ben diversa dalle dinamiche del calcio professionistico.
Resta il fatto che Gianni Infantino (svizzero di origini italiane) guida oggi un’organizzazione autonoma con entrate da capogiro, un salario milionario e una rete di consensi capillare che va dalle piccole federazioni caraibiche alle grandi potenze dell’emisfero settentrionale. Che sia il trampolino perfetto per la leadership globale o semplicemente l’ennesima dimostrazione del peso politico dello sport, l’asse tra Trump e il numero uno del pallone è destinato a far discutere a lungo nei corridoi del potere globale.

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