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La Stampa guarda oltre il Piemonte con i panini mentre il Tirreno spera in Olivetti Rason

Jack Ferrante.

Se sarà confermato, La Stampa finirà come quotidiano “panino”, allegato ai giornali locali e regionali del Gruppo SAE, la società editoriale guidata dall’imprenditore abruzzese Alberto Leonardis. L’operazione, riportata da Il Foglio in un articolo di Carmelo Caruso, punterebbe ad aumentare la diffusione del quotidiano torinese ben oltre i confini del Piemonte. Resta però da capire se una scelta di questo tipo sarà sufficiente a invertire una situazione economica che vede il giornale alle prese con un disavanzo di circa 12 milioni di euro. Caruso descrive Leonardis come un imprenditore dalla straordinaria rapidità nelle operazioni editoriali, tanto da definirlo il “Tom Capote con gli occhiali alla moda”. Un uomo d’affari che privilegia velocità, intuizione e pragmatismo, senza particolare interesse per i rituali dell’editoria tradizionale, ma concentrato sull’obiettivo del risultato immediato. Fu con questo spirito che, nell’autunno del 2020, nel pieno della crisi seguita alla pandemia, il Gruppo SAE acquistò Il Tirreno da GEDI, presentando l’operazione come l’inizio del rilancio della storica testata toscana. Il quotidiano arrivava da anni difficili, segnati già sotto la precedente proprietà dalla chiusura di alcune redazioni territoriali, fra cui Prato ed Empoli, e da una profonda riorganizzazione aziendale.

Negli anni successivi, tuttavia, la situazione interna del giornale è ulteriormente peggiorata. Prepensionamenti, trasferimenti del personale poligrafico, massiccio ricorso alla cassa integrazione per i giornalisti, continui cambi di direzione, riduzione e compensi sempre più contenuti per i collaboratori esterni, fino alla chiusura della redazione di Viareggio, hanno progressivamente ridimensionato la struttura editoriale. Un processo che molti all’interno della redazione hanno vissuto come una lenta ma costante perdita di forza del quotidiano. Per altri, semplicemente, come una fine annunciata. Lo stesso Leonardis, secondo diversi racconti, avrebbe più volte definito Il Tirreno un “giornale difficile”, quasi a sottolineare quanto il percorso di rilancio si fosse rivelato più complesso delle aspettative iniziali. Eppure non sono mancati tentativi ambiziosi. Fra questi, il lancio dell’edizione di Firenze, accompagnata dall’apertura di una redazione dedicata, da un gruppo di redattori e collaboratori e da una cronaca cittadina che arrivava fino a sei pagine. Un progetto accolto con attenzione nel panorama editoriale toscano ma che, nel giro di poco tempo, si è ridimensionato. Un’iniziativa che, col senno di poi, appare più come un’operazione di immagine che come un investimento destinato a consolidarsi. Nel frattempo la redazione centrale ha continuato a perdere professionisti. Diversi giornalisti, soprattutto quelli con maggiore esperienza o con maggiori opportunità sul mercato, hanno lasciato il quotidiano per approdare ad altre testate. Chi è rimasto continua spesso a lavorare in un’organizzazione segnata dalla cassa integrazione, che per molti significa essere assenti dalla redazione tre o quattro giorni alla settimana. Una condizione che inevitabilmente incide sulla capacità produttiva del giornale e sulla qualità dell’informazione offerta ai lettori.

Ora, mentre SAE concentra le proprie attenzioni sulla nuova sfida rappresentata da La Stampa, il destino de Il Tirreno sembra dipendere da un’altra partita societaria. Alla fine di giugno è stato infatti annunciato un accordo preliminare per la cessione della testata alla holding Gin della famiglia fiorentina Olivetti Rason. L’operazione dovrà essere perfezionata entro il 30 settembre 2026. Sarà allora che si capirà se per il quotidiano toscano si aprirà davvero una nuova fase oppure se gli ultimi anni rappresenteranno soltanto il lungo prologo di un ridimensionamento ormai irreversibile.

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