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La rete di Epstein perde un altro tassello, morto a Parigi Daniel Siad

Ariel Piccini Warschauer.

Un altra ombra si allunga sulle morti sospette del caso Jeffrey Epstein. Un’altra bocca che si chiude per sempre prima di poter consegnare alle autorità dettagli, nomi e dinamiche di quello che è stato uno dei sistemi di reclutamento e traffico di esseri umani più complessi e trasversali degli ultimi decenni, e che ha coinvolto il gotha del potere politico e finanziario internazionale.

Daniel Siad è stato trovato privo di vita nella sua abitazione di Colombes, nella periferia parigina. Sessantanove anni, cittadinanza francese e svedese con origini algerine, Siad era formalmente un ex scout di modelle. Nella realtà tratteggiata dagli inquirenti, rappresenta l’ennesimo ingranaggio di un meccanismo d’accesso: quello che permetteva a un potente finanziere come Epstein di attingere a un bacino apparentemente inesauribile di giovanissime donne da inserire nella propria rete di pedofili e di predatori sessuali internazionali.

A dare l’allarme è stata la coinquilina ventottenne, ma all’arrivo dei soccorsi non c’era più nulla da fare. La Procura di Parigi, per ora, parla di cause naturali, indicando l’arresto cardiaco come ipotesi primaria. Nessun segno di effrazione, nessun elemento — almeno nell’immediato — che suggerisca scenari diversi. Eppure, la coincidenza temporale e il contesto non possono non evocare precedenti inquietanti.

Il nome di Siad era riemerso con forza negli ultimi mesi, quando la divulgazione dei nuovi documenti desecretati legati al dossier Epstein ha fatto ripartire le indagini negli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Il suo profilo figurava in oltre mille atti ufficiali. Per la giustizia francese non era un nome nuovo: su di lui pendevano già cinque denunce formali. Accuse pesanti che spaziavano dalla violenza sessuale al traffico di esseri umani.

Tra i verbali più rilevanti, le dichiarazioni dell’ex modella svedese Ebba P. Karlsson, che aveva riconosciuto Siad nelle carte dell’inchiesta, indicandolo come l’uomo che l’aveva aggredita sessualmente negli anni Novanta prima di farla entrare nel circuito del finanziere americano.

Siad ha sempre respinto ogni addebito. Nelle sue ultime uscite pubbliche si era difeso descrivendosi come un semplice professionista della moda caduto nella ragnatela di Epstein, sostenendo che il finanziere lo avesse manipolato nascondendogli la sua reale natura. Una linea difensiva comune a molti soggetti di questa storia, intenti a smarcarsi da un sistema che per anni ha funzionato grazie al silenzio e all’ambiguità degli intermediari.

Per chi analizza le strutture operative di queste reti, la morte di Siad richiama inevitabilmente la figura di Jean-Luc Brunel, l’agente di modelle francese trovato impiccato nel carcere della Santé a Parigi nel 2022, mentre era in attesa di giudizio per violenza sessuale e traffico di minori.

Epstein, Brunel, e ora Siad. Ogni volta che la magistratura sembra avvicinarsi al punto di svolta per ricostruire la ramificazione europea del traffico, la catena delle informazioni si spezza all’improvviso.

Con il decesso dell’ex scout cade la possibilità di un confronto diretto in aula e di un eventuale incriminazione formale. Gli inquirenti francesi proseguiranno l’analisi dei materiali sequestrati e delle testimonianze già acquisite, ma la sensazione è che un pezzo fondamentale della mappa per comprendere come venissero agganciate e gestite le vittime e chi le abbia sfruttate sia andato definitivamente perduto.

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