Hamas guarda a Teheran, il nuovo capo Khalil al-Hayya sceglie l’Iran e spegne le speranze di pace a gaza
Ariel Piccini Warschauer.
La successione a Yahya Sinwar non ha portato alla svolta diplomatica che una parte del mondo arabo sperava. Con la nomina ufficiale di Khalil al-Hayya a nuovo capo di Hamas, il primo investito formalmente dopo l’eliminazione del suo predecessore, il gruppo terroristico invia un messaggio chiaro e inequivocabile: a Gaza non si fanno affari né concessioni, si continua a fare la guerra.
La scelta di al-Hayya arriva al termine di una complessa e accesa trattativa interna. A contendergli la guida del movimento è stato Khaled Meshal, figura storica che da tempo attendeva l’occasione di riprendere in mano le redini del gruppo. Ma la sfida tra i due non è stata una semplice contesa personale, bensì uno scontro politico e geostrategico sul futuro e sulle alleanze di Hamas.
Sia al-Hayya sia Meshal non vivono nella Striscia di Gaza. Come gran parte della leadership senior, gestiscono le direttive e la politica dell’organizzazione al sicuro a Doha, in Qatar. Le loro traiettorie, tuttavia, guardano a punti cardinali molto diversi. Se Meshal è rimasto fedele alla linea del Qatar, da sempre il principale finanziatore e mediatore del gruppo, al-Hayya rappresenta la perfetta continuità con l’eredità di Sinwar. Il suo sguardo è rivolto interamente a Teheran e al suo Asse della Resistenza. Nonostante Hamas sia un movimento sunnita e la Repubblica Islamica sia la culla dello sciismo, il progetto di al-Hayya è puramente politico e militare: l’Iran è visto come il vero e unico faro nella lotta contro Israele. Una scelta che premia chi quel 7 ottobre lo ha pianificato e sostenuto, dato che lo stesso al-Hayya ne conosceva in anticipo ogni dettaglio.
I processi decisionali dentro Hamas sono complessi, ma la sintesi trovata punta dritta ai Pasdaran iraniani, giudicati oggi più funzionali alla causa rispetto alle prudenze diplomatiche della leadership di Doha. Certo, il Qatar resta lo sponsor economico imprescindibile e non persegue affatto piani pacifici nei confronti di Israele, ma accettando di fare da mediatore è entrato, volente o nolente, nelle dinamiche dei piani di stabilizzazione per Gaza. L’Iran no: Teheran ha tutto l’interesse a sabotare qualsiasi accordo di pace, avendo visto nell’attacco del 7 ottobre la realizzazione concreta delle strategie militari già studiate in Libano insieme a Hezbollah.
In questo scenario, le recenti aperture di Hamas alla creazione di un governo tecnico civile per la ricostruzione di Gaza rivelano la loro natura puramente tattica. Il gruppo ha finto di fare un passo indietro dalle istituzioni della Striscia, ma non ha alcuna intenzione di cedere il controllo reale. Chi governa davvero è chi detiene le armi, e Hamas non ha deposto un solo fucile, consapevole che la legge del più forte premia chi è più armato. Con Khalil al-Hayya al comando, l’alleanza con l’Iran si salda ulteriormente, trasformando ogni promessa di transizione in una facciata e condannando Gaza a una guerra ad oltranza.





