Se anche Washington volta le spalle a Israele, il clima che Netanyahu non può ignorare
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un momento in cui a volte, le relazioni diplomatiche speciali smettono di essere una certezza storica e si trasformano in un castello di carte scosso dal vento. Per Israele, quel momento si sta materializzando nei corridoi di Washington. Per decenni, l’alleanza tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico è stata considerata un dogma bipartisan, un pilastro della politica estera americana intoccabile e impermeabile ai cambi di inquilino alla Casa Bianca. Oggi, quel dogma si sta sgretolando sotto i colpi di un paradosso: Israele rischia di perdere l’America non da un solo lato politico, ma da entrambi gli schieramenti.
I segnali di fumo che si levano da Washington non sono più anomalie di percorso, ma sintomi di una vera crisi sistemica. A Gerusalemme, chiunque abbia ancora a cuore la tenuta strategica del Paese dovrebbe guardare ai dati con freddezza e senza la solita, rassicurante retorica del vittimismo.
Il primo campanello d’allarme, forse il più rumoroso, è suonato alla Camera dei Rappresentanti. La bocciatura di un emendamento volto a tagliare i fondi militari a Israele avrebbe dovuto essere una routine amministrativa. E invece, i numeri hanno svelato una realtà politica radicalmente mutata: ben 103 deputati democratici — quasi la metà dell’intero gruppo parlamentare — hanno votato a favore del taglio degli aiuti.
Non parliamo più di una frangia isolata, della cosiddetta “Squad” o dell’ala progressista più radicale, vicina alle rivendicazioni più progressiste e populistiche. Stiamo parlando di una fetta consistente del mainstreamdemocratico che non considera più il sostegno militare a Israele come un assegno in bianco. Per le nuove generazioni di elettori e parlamentari progressisti americani, la difesa di Israele non è più un dovere morale ereditato dalla storia, ma una scelta politica condizionata al rispetto dei diritti umani e alla gestione del conflitto a Gaza e in Cisgiordania.
Se a sinistra il legame si logora sulla questione dei diritti e della proporzionalità della risposta militare, a destra la minaccia è persino più insidiosa perché camuffata da vicinanza. Il populismo repubblicano, un tempo baluardo del sionismo cristiano e della destra conservatrice più intransigente, sta mostrando crepe inquietanti.
Le recenti uscite di figure di primo piano della destra americana come JD Vance — che in contesti di larghissimo ascolto non ha esitato a strizzare l’occhio a vecchie e nuove teorie del complotto, evocando legami tra l’intelligence israeliana e il caso Epstein — dimostrano che il sostegno conservatore non è più immune da derive tossiche. Quando l’antisemitismo strisciante e il cospirazionismo geopolitico entrano nel linguaggio della destra che punta alla Casa Bianca, significa che Israele è diventato un argomento tossico, sacrificabile sull’altare del dibattito interno americano.
Ciò che Gerusalemme fatica a comprendere è che l’era dei politici americani legati a Israele da un’empatia viscerale, quasi biologica — quella che in yiddish viene definita una connessione di kishkes (viscere) — è definitivamente tramontata. La leadership israeliana ha commesso il grave errore di ritenere che la propria sicurezza potesse prescindere dall’opinione pubblica globale e, soprattutto, da quella del suo principale alleato.
Le immagini che giungono quotidianamente dalla Cisgiordania, dove le violenze di frange estremiste di coloni rimangono spesso impunite, e lo stallo politico e umanitario a Gaza agiscono come un acido che corrode la legittimità internazionale del Paese. Continuare a bollare ogni critica come “pregiudizio” o antisemitismo è una strategia miope che non funziona più.
Oggi, la “relazione speciale” tra Washington e Gerusalemme è entrata in terapia intensiva. Se Israele non saprà ritrovare la via del dialogo strategico, del compromesso e del rispetto degli standard democratici che l’hanno sempre resa “l’unica democrazia del Medio Oriente” agli occhi dell’Occidente, il rischio dell’isolamento non sarà più uno scenario da incubo, ma una realtà geopolitica irreversibile. E a quel punto, nemmeno il veto americano all’ONU basterà più a salvarla.





