La metamorfosi del credito toscano tra la rinascita del Monte dei Paschi e la trincea delle banche cooperative
Ariel Piccini Warschauer.
C’era una volta la Toscana delle fondazioni granitiche e degli sportelli “sotto casa”, custode di un capitalismo di relazione che legava indissolubilmente il distretto industriale alla cassa di risparmio locale. Oggi, quella mappa non esiste più. Al suo posto c’è un laboratorio finanziario a cielo aperto dove si sperimentano le più importanti manovre di consolidamento bancario del Paese.
I dati di bilancio dello scorso esercizio e le prime trimestrali del 2026 fotografano una regione spaccata in due: da un lato, la rinascita spettacolare del Monte dei Paschi di Siena, trasformato da “grande malato”a preda più ambita d’Europa; dall’altro, la resistenza solida della galassia del credito cooperativo, impegnata a blindare i coefficienti patrimoniali e a ridisegnare la propria presenza sul territorio per non farsi fagocitare dal risiko delle fusioni.
Il fulcro di questa evoluzione è, inevitabilmente, Siena. La cura draconiana del management ha trasformato Mps in una straordinaria macchina da profitti. Il bilancio si è chiuso con un utile netto record di 2,75 miliardi di euro (+17,7%), accompagnato da una dote di dividendi da ben 2,6 miliardi di euro. Una rigenerazione strutturale confermata anche nei primi tre mesi del 2026, archiviati con un utile netto di 521 milioni di euro.
Una simile montagna di liquidità e un CET1 Ratio saldamente ai vertici europei non potevano passare inosservati. La svolta industriale — che include la storica integrazione strategica delle attività con Mediobanca — ha accelerato il destino della banca. L’invio di una formale manifestazione d’interesse da parte di Banco Bpm per un’integrazione “concordata” punta a creare il secondo polo bancario italiano.
Tuttavia, in Toscana la politica e le istituzioni locali si muovono con cautela. La difesa dei livelli occupazionali (in particolare sul territorio senese) e il mantenimento delle funzioni direzionali a Siena sono i nodi su cui il Consiglio regionale e le forze locali promettono battaglia, per evitare che la secolare storia del Monte si riduca a un mero presidio di periferia del nuovo gigante milanese.
Se a Siena si gioca la partita dei grandi sistemi nazionali ed europei, lungo le colline del Chianti, nel Mugello e nel pistoiese si combatte una guerra di posizione altrettanto decisiva per l’economia reale.
Il sistema delle Banche di Credito Cooperativo (Bcc) toscane mostra muscoli patrimoniali d’acciaio. Le 12 banche associate alla Federazione Toscana delle Bcc (nell’orbita del Gruppo Iccrea) hanno chiuso l’ultimo esercizio con un utile aggregato di 162 milioni di euro. Sebbene in lieve flessione rispetto ai 170 milioni dell’anno precedente a causa della progressiva discesa dei tassi d’interesse, la qualità del capitale è cresciuta a livelli eccezionali.
Il CET1 Ratio aggregato è balzato al 27,04% (rispetto al 23,06% precedente).
Il Total Capital Ratio è salito al 27,58%.
Ma la vera notizia che scuote la finanza regionale è lo scontro per il controllo di minoranza di Banca Cambiano 1884, la storica spa nata dalla “way out” della Bcc di Castelfiorentino. Per mesi, la capogruppo romana Iccrea e i trentini di Cassa Centrale Banca (CCB) si sono sfidati a colpi di rilanci da 40 milioni di euro per rilevare il 15% della banca. Ad aggiudicarsi la trattativa in esclusiva è stata Cassa Centrale.
La mossa della Cambiano è l’emblema della strategia toscana: aprire il capitale a un grande gruppo per ottenere servizi, tecnologie e prodotti competitivi, ma mantenere la totale indipendenza operativa e direzionale sul territorio, senza farsi integrare formalmente.
L’orizzonte della finanza toscana è ormai tracciato lungo la via delle aggregazioni necessarie. Nel mondo cooperativo, i processi di razionalizzazione sono continui. Dopo la nascita di giganti territoriali come Banca Tema (nata dall’unione di realtà maremmane e senesi) e il consolidamento di ChiantiBanca, nuovi progetti di fusione avanzano silenziosi lungo le direttrici provinciali — come l’asse tra Banco Fiorentino e Banca Alta Toscana o la complessa operazione di scissione e redistribuzione territoriale delle attività della sofferente Banca di Pisa e Fornacette.
La Toscana bancaria affronta le sfide internazionali con una liquidità complessiva eccellente e livelli di sofferenze ampiamente sotto controllo, ma la redditività da margine d’interesse, che ha drogato i bilanci nell’ultimo biennio grazie ai tassi alti, sta svanendo. Per sopravvivere in uno scenario di tassi in calo e di investimenti tecnologici (digitalizzazione e intelligenza artificiale) sempre più onerosi, la dimensione conta.
Chi saprà aggregarsi salvaguardando il legame storico con la piccola e media impresa toscana manterrà il proprio ruolo. Per gli altri, il rischio concreto è quello di trasformarsi in semplici reti di distribuzione commerciale per decisioni prese altrove.





