Il doppio gioco di Teheran, se il Mossad recluta il falco Ahmadinejad
Ariel Piccini Warschauer.
Gli 007 non vivono solo di dossieraggi, non ricercano solo segreti, ma spesso creano scenari e relazioni davvero sorprendenti. E a volte li fabbricano come fossero delle vere e proprie scene di un film tratto da un romanzo di Ian Fleming. L’ultima storia che scuote le fondamenta di Teheran e fa tremare i corridoi dei servizi segreti di Tel Aviv non riguarda un algoritmo o un virus informatico infiltrato nelle centrifughe di Natanz, ma un uomo. Un simbolo. Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente del “cancelleremo Israele dalle mappe geografiche”, l’ultranazionalista che ha guidato la Repubblica Islamica per otto anni blindando il programma nucleare, sarebbe stato al centro della più audace operazione di “regime change” mai concepita dal Mossad.
A svelarlo sono i documenti d’intelligence pubblicati dal New York Times, e per chi segue la mappa segreta del Medio Oriente, i segnali di fumo c’erano già tutti.
Per capire la caduta di Ahmadinejad bisogna guardare fuori dall’Iran. Più precisamente in Ungheria, a Budapest. Nel giugno del 2025 l’ex presidente atterra in Europa con il pretesto di partecipare a una conferenza accademica. I pasdaran della scorta vigilano, ma la rete israeliana ha già preparato il terreno. Budapest non è una scelta casuale: l’Ungheria di Orbán è un terreno poroso, un crocevia dove la diplomazia informale e l’intelligence si toccano senza fare troppo rumore.
Lì, secondo le carte, avviene l’aggancio. Gli uomini del Mossad avvicinano Ahmadinejad. C’è una suite pagata, ci sono rimborsi spese che lasciano tracce indelebili, e soprattutto c’è un piano. Israele non voleva solo informazioni: voleva coltivare il “dopo”. L’idea, apparentemente folle, era quella di sfruttare la popolarità residua del leader populista, ormai emarginato dal regime di Khamenei (che per tre volte gli aveva sbarrato la strada alle presidenziali), per farne la testa di ponte di un nuovo Iran post-clericale. Un cambio di regime guidato da una figura apparentemente insospettabile, capace di parlare alle masse impoverite, fanatizzate e allevate a Corano e antisionismo.
Ma nel Grande Gioco mediorientale le illusioni durano lo spazio di un mattino. L’Iran, che pure Ahmadinejad stesso aveva definito “profondamente infiltrato dal Mossad” (rivelando nel 2024 che persino il capo del controspionaggio di Teheran era in realtà un agente israeliano), alla fine ha chiuso la rete.
I dettagli emersi parlano di un drammatico raid il 28 febbraio scorso. Un appartamento “sicuro” a Teheran dove Ahmadinejad era custodito viene colpito. I media israeliani sussurrano di un blitz per esfiltrarlo, di un tentativo di salvataggio finito nel sangue in cui l’ex presidente rimane ferito. Ma la fuga fallisce. Oggi, Ahmadinejad è un fantasma politico sotto chiave, confinato agli arresti domiciliari dall’intelligence delle Guardie della Rivoluzione (IRGC).
L’ufficio dell’ex leader ha smentito tutto, parlando di “menzogne prive di fondamento”. È la prassi. Nel mondo degli 007, ammettere che il leader della retorica anti-sionista potesse essere a libro paga del nemico giurato equivarrebbe, per Teheran, a una catastrofe psicologica prima ancora che militare.
Resta un dato di fatto. La parabola di Ahmadinejad dimostra che l’intelligence israeliana non si limita più al sabotaggio tattico o alle eliminazioni mirate. Cerca la mossa geopolitica totale. Ma dimostra anche un limite invalicabile: l’Iran è un sistema a compartimenti stagni, dove le purghe interne corrono più veloci delle trame straniere. Ahmadinejad voleva tornare a essere il re di Teheran; finirà la sua corsa da prigioniero politico confinato nel salotto di casa sotto sorveglianza degli ayatollah.





