Il potere romano, come funziona la rete dove il ricatto nasce dalla conoscenza
Concita De Gregorio su La Repubblica analizza i meccanismi del potere romano, descrivendolo come un sistema fondato su relazioni personali, conoscenze, segreti e vulnerabilità. Faccendieri, consulenti, “amici” e intermediari diventano figure centrali in una rete dove il ricatto nasce dalla conoscenza dei punti deboli degli altri: sesso, denaro, vizi, affari e dossier possono trasformarsi in strumenti di influenza. L’autrice racconta come questo mondo non sia una novità, ma una costante della politica italiana, richiamando gli ambienti della Prima Repubblica e il ruolo delle relazioni informali attorno ai palazzi del potere. In questo contesto, osserva, la parola “amico” assume un significato particolare: non indica solo un rapporto personale, ma spesso un collegamento, una porta da aprire, una possibilità di accesso. De Gregorio sostiene che le grandi stagioni di rinnovamento, da Mani Pulite alla denuncia della “casta” da parte del Movimento 5 Stelle, non abbiano eliminato questi meccanismi. Il sistema si è adattato, mentre nell’epoca del risentimento è emersa una nuova figura: la “vittima professionista”, chi costruisce consenso presentandosi come perseguitato, censurato o bersaglio di complotti. Oggi conta sempre più la postura pubblica, la capacità di costruire un’immagine e di raccontarsi come protagonisti di una battaglia morale, anche a prescindere dai fatti. Dietro la scena, però, continuano ad agire i veri mediatori del potere, i cosiddetti “king maker”, capaci di orientare accordi, carriere e alleanze. Un meccanismo che riguarda anche l’editoria, dove De Gregorio individua intrecci tra politica, interessi economici e influenza. I giornali, osserva, sono stati spesso strumenti di prestigio e pressione sul potere. Alla fine, conclude, cambiano i protagonisti e i contesti, ma restano le stesse dinamiche: reti di relazioni, favori e “amiconi” che continuano a muovere gli equilibri.





