Declassificati i documenti dello Stato Maggiore israeliano sull’operazione “Just Remission”
Ariel Piccini Warschauer.
Vent’anni dopo, gli archivi della Kirya – il Pentagono israeliano a Tel Aviv – restituiscono i fogli d’ordine che l’12 luglio del 2006 diedero il via alla Seconda Guerra del Libano. Documenti ingialliti dal tempo ma cruciali per decifrare la genesi di un conflitto che ha ridefinito le regole d’ingaggio lungo la Linea Blu e i cui strascichi arrivano fino all’attuale, precario scenario mediorientale.
La desecretazione decisa dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf) in occasione del ventennale si concentra su due direttive strategiche. La prima è l’ordine operativo del comando generale denominato in codice “Operazione Just Remission” (Giusta Remissione). La seconda riguarda la tardiva e controversa decisione, presa a metà campagna, di spingere i battaglioni di terra a ridosso del fiume Litani.
Le carte fotografano con freddezza militare la cronologia di quella mattina d’estate di vent’anni fa. Il casus belli è un’azione combinata di Hezbollah studiata nei minimi dettagli. Alle prime luci dell’alba del 12 luglio, un commando del “Partito di Dio” penetra oltre la barriera di confine israeliana, nel tratto compreso tra i villaggi di Shtoula e Zar’it.
I miliziani tendono un’imboscata a una pattuglia di scorta dell’IDF. Il bilancio immediato è pesante: otto soldati israeliani restano uccisi sul colpo. Nella confusione dello scontro, gli uomini di Hassan Nasrallah riescono a catturare due riservisti, Eldad Regev (26 anni) ed Ehud Goldwasser (31 anni), trascinandoli oltre il confine nei tunnel del Libano meridionale.
Mentre il blitz si consuma sul terreno, le batterie di Hezbollah aprono il fuoco di copertura: una pioggia di razzi Katyusha flagella le comunità civili dell’Alta Galilea, uccidendo sei israeliani e paralizzando la catena di comando locale.
I documenti rivelano l’immediata attivazione della macchina bellica dello Stato Maggiore. La direttiva “Just Remission” – che inizialmente prevedeva operazioni coordinate anche sul fronte di Gaza – ordina il decollo immediato della Chel Ha’Avir, l’aeronautica militare. La strategia iniziale è chiara: colpire duramente le infrastrutture libanesi e i depositi di missili a lungo raggio di Hezbollah, anticipando la rappresaglia della milizia sciita sulle città del nord di Israele.
Tuttavia, il vero nodo storico è contenuto nel secondo documento declassificato, datato 12 agosto 2006. Si tratta della sintesi della decisione del Gabinetto di sicurezza di ordinare la massima espansione dell’offensiva di terra.
Dopo settimane di stallo e logoramento psicologico sotto il fuoco dei razzi, Tel Aviv decide di muovere i carri armati e la fanteria – supportati da Marina e Aviazione – verso il fiume Litani. L’obiettivo ufficiale messo nero su bianco è: «Operare nelle aree di lancio per ridurre il volume di fuoco contro i civili israeliani e infliggere un danno strutturale e permanente all’apparato militare di Hezbollah».
Quell’avanzata fulminea verso il Litani, scattata a ridosso del cessate il fuoco imposto dalla Risoluzione Onu 1701, costò a Israele dure perdite e rimase oggetto di aspre polemiche e commissioni d’inchiesta interne (come la Commissione Winograd) per la gestione della catena di comando.
A vent’anni di distanza, la pubblicazione di questi file non è solo un esercizio di memoria storica. Suona piuttosto come un monito per il presente. “Oggi crediamo alla minaccia molto più di quanto non facessimo allora”, ci confessa una fonte della Difesa israeliana. “Oggi non esiste più lo scenario di una mancata risposta”. Nella grammatica militare del Medio Oriente di oggi, i piani del 2006 non sono che il primo capitolo di una partita ancora aperta.





