Il Re, il Tycoon e il compleanno dell’America: le giravolte della diplomazia reale
Ariel Piccini Warschauer.
Chi l’avrebbe mai detto, ai tempi di quel fatidico 1776, che un successore di Re Giorgio III – il sovrano che perse le Colonie tra fumi di polvere da sparo e tazze di tè gettate nel porto di Boston – avrebbe un giorno inviato i suoi «più calorosi auguri» per il duecentocinquantesimo compleanno della Repubblica americana? Eppure, la diplomazia della Corona è un’arte raffinata, capace di ricucire anche gli strappi più profondi e traumatici della Storia con il filo d’oro del sano pragmatismo britannico.
Oggi, nel 2026, Re Carlo III ha preso carta e penna per scrivere direttamente a Donald Trump. Un messaggio che celebra un “traguardo storico” per gli Stati Uniti, definendo il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico come il frutto di una «straordinaria evoluzione». Fin qui, direte voi, il dovuto protocollo. Ma tra le righe di Buckingham Palace si legge sempre molto di più.
Un’alleanza nata dalle ceneri del conflitto
Il Re ha voluto ricordare come le due nazioni abbiano saputo superare i conflitti del passato per forgiare «una delle alleanze più strette e produttive che il mondo abbia mai visto». Un’alleanza che unisce difesa, commercio, scienza e – tasto sempre caro a Re Carlo – la comune responsabilità di proteggere il pianeta.
Certo, fa un certo effetto pensare a Re Carlo e al Presidente Trump che discutono amabilmente di ecologia e conservazione della natura. Il Tycoon, si sa, non è esattamente un paladino dell’agenda verde, ma il Re – da perfetto diplomatico di lungo corso – sa come piantare i suoi semi ideologici anche nel terreno più arido.
Il retroscena: l’insolita sintonia a Washington
I maligni d’oltremanica sussurravano che la visita di Stato dello scorso maggio a Washington – la prima di un monarca britannico dal lontano 2007, quando ci andò l’indimenticata Regina Elisabetta II – sarebbe stata un campo minato. Il governo di Downing Street aveva appena deciso di non farsi trascinare nella guerra in Iran, e l’aria nei corridoi del potere americano era a dir poco elettrica.
Eppure, a dispetto delle tensioni politiche e di un discorso al Congresso in cui Carlo ha difeso a spada tratta l’Ucraina e la Nato, l’alchimia personale tra il Re e il Presidente ha sorpreso tutti. Un alto collaboratore di palazzo, con il tipico understatement britannico, ha ammesso:
«Vanno molto d’accordo… È un binomio improbabile, si potrebbe pensare che sia tutto un po’ complicato, e invece…»La conferma è arrivata dallo stesso Trump, che con la sua consueta e colorita enfasi ha liquidato la pratica definendo Carlo «il re più grande secondo me». Un’investitura che avrà fatto sorridere il sovrano.
Fuochi d’artificio e nostalgie imperiali
Mentre New York fa scendere la sua sfera a Times Square per ben otto volte e Filadelfia canta con Christina Aguilera, Trump si prepara a Washington per quello che ha promesso essere «il più grande spettacolo pirotecnico della storia».
Re Carlo e la Regina Camilla guarderanno i festeggiamenti da Windsor, sorseggiando un tè o forse un Martini dry. La Storia ha fatto il suo corso: le colonie sono diventate l’impero globale del XXI secolo, ma l’antica madrepatria, con la sua Corona millenaria, sa ancora come farsi ascoltare. Anche da un presidente americano che non ama ricevere lezioni da nessuno, tranne, forse, dal Re d’Inghilterra.





