#TRANSIZIONE ECOLOGICA #ULTIME NOTIZIE

Pale eoliche, ogni generazione ha i suoi mulini a vento

Sulla newsletter Appunti di Stefano Feltri, Riccardo Rovelli osserva il fenomeno delle pale eoliche. Ogni transizione energetica rende visibile, e quindi discutibile, ciò che prima era invisibile. I mulini antichi erano parte di un paesaggio “dato”, incorporato nella lentezza dell’economia preindustriale; le turbine moderne, invece, sono il segno esplicito di una trasformazione accelerata e ormai inevitabile. Non è solo il paesaggio a mutare, ma la percezione della nostra capacità di controlla

Ogni generazione sembra avere i suoi mulini a vento. Per Don Chisciotte erano “giganti mostruosi, razza malvagia da estirpare”. Oggi, nel dibattito sulle pale eoliche, il richiamo a Cervantes torna sorprendentemente attuale.

L’avversione del cavaliere della Mancia non esprimeva un giudizio estetico o ambientale: derivava dalla sua allucinazione, sulla quale proiettava tutta la propria animosità morale.

Vi era dunque una certa coerenza interna nella sua follia. Ed è questo che ancora oggi intriga e diverte: il contrasto tra la tranquilla normalità dei pacifici mulini – già allora, nel 1605, esempio di utile tecnologia agricola – e l’ira che Don Chisciotte proietta su di essi.

A proposito della loro “normalità”, come si può immaginare non esistono statistiche precise. Kris De Decker stima che già nel 1300 vi fossero oltre 10.000 mulini a vento in Inghilterra; nel 1850 circa 9.000 nei Paesi Bassi; e, alla fine dell’Ottocento, 18.000 in Germania e 20.000 in Finlandia. In Europa si arrivava probabilmente a circa 200.000 mulini a vento.

Le installazioni odierne sono poco più della metà: circa 107.000 turbine eoliche. Nel frattempo, la popolazione umana negli stessi Paesi è aumentata di circa 1,7 volte, passando da circa 260 a 450 milioni di abitanti.

Dunque, lasciando da parte le suggestioni donchisciottesche, cosa spiega che due tecnologie in fondo molto simili tra loro – entrambe utili, basate sulla stessa energia rinnovabile e con un impatto ambientale relativamente contenuto – suscitino oggi reazioni così ostili?

Senz’altro l’aspetto estetico e paesaggistico. Ma è davvero un criterio sufficiente?

Da un punto di vista quantitativo, non credo proprio che l’impatto dei mulini di allora fosse inferiore a quello delle installazioni odierne. In Italia, ad esempio, parliamo oggi di circa 13.000 turbine (concentrate in meno di 700 “wind farms”): l’occupazione di suolo complessiva è probabilmente inferiore a 80 km², ossia meno dello 0,03 per cento (3 per 10.000) della superficie totale. Poca cosa davvero (anche se la distribuzione non è naturalmente uniforme sul territorio ed in particolare tra regioni).

Certo, dal punto di vista estetico, non v’è dubbio che i mulini a vento del passato evochino immagini più affascinanti rispetto alle odierne pale eoliche. Ma questo vale un po’ in tutti i campi: anche le tre caravelle di Colombo ci appaiono (e senza dubbio sono) assai più eleganti delle sgraziate navi da crociera che oggi solcano gli oceani.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti