Caccia alle spie a Gaza e Hamas giustizia un “collaboratore”
Ariel Piccini Warschauer.
Il verdetto è arrivato con la rapidità brutale dei tribunali di guerra. A Gaza, la «Sicurezza della Resistenza» – l’apparato di controspionaggio di Hamas – ha giustiziato un uomo di 47 anni, identificato solo con le iniziali «M.M.». L’accusa è la più grave in tempo di conflitto: alto tradimento e collaborazione con il nemico israeliano.
Secondo fonti interne alla fazione islamista, rilanciate dal quotidiano Asharq Al-Awsat, l’uomo avrebbe confessato subito dopo l’arresto. Ma a Gaza, le confessioni estratte nei sotterranei seguono dinamiche consolidate e prevedono il ricorso alla tortura. La caccia alle spie, per Hamas, è una questione di pura sopravvivenza politica.
Il filo rosso dell’intelligence
La parabola di M.M. si incrocia con uno dei colpi più duri subiti dall’ala militare del movimento, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. L’uomo è stato agganciato dai servizi di sicurezza a maggio, subito dopo l’eliminazione di Izz al-Din Haddad, comandante di primissimo piano del network terroristico.
I dettagli emersi tratteggiano il profilo di un “osservatore sul campo”, un tassello fondamentale per la macchina da guerra dell’IDF. M.M. sarebbe stato notato mentre comunicava con i suoi referenti israeliani e, successivamente, mentre si muoveva tra le corsie dell’ospedale Al-Shifa. Il suo compito? Verificare l’identità dei corpi estratti dalle macerie dopo il raid contro Haddad. Al momento del fermo, gli uomini di Hamas lo hanno trovato in possesso di sofisticate apparecchiature di sorveglianza. Non solo: sul suo conto pesava l’accusa di aver fornito le coordinate per l’eliminazione di almeno altri trenta terroristi di Hamas.
Per Israele, il fattore umano (Humint) resta insostituibile, nonostante la superiorità tecnologica di droni e algoritmi. Per Hamas, ogni falla nella rete di sicurezza interna è un’emorragia da bloccare con il terrore visibile.
La morsa sulla popolazione
L’esecuzione di M.M. non è solo un messaggio ai potenziali traditori interni, ma serve anche a ribadire il controllo assoluto sulla Striscia. Nonostante quasi tre anni di devastazione totale seguiti ai massacri del 7 ottobre, l’ordine interno di Hamas non ha ceduto.
Nelle ultime settimane, timidi tentativi di protesta civile nei campi profughi sono stati spenti sul nascere facendo ricorso alla violenza più brutale. La macchina della propaganda e della repressione ha etichettato chiunque chiedesse la fine delle ostilità come «agente dell’anarchia» o «traditore al soldo dei sionisti». Testimonianze raccolte sul campo confermano che i miliziani hanno presidiato i punti di raccolta storici, limitato i movimenti nei campi di sfollamento e sequestrato i telefoni cellulari per interrompere il tam-tam digitale e sparato a chiunque osasse manifestare contro la presenza di Hamas a Gaza.
«Nessuno può immaginare il livello di paura inculcato da Hamas dal 1987 a oggi», confida un residente di Gaza City. La popolazione è stremata, ma la rivoluzione interna resta un’illusione. Finché gli apparati di sicurezza della fazione manterranno il monopolio della forza e la capacità di eliminare i dissidenti – interni o presunti infiltrati – la morsa sulla Striscia rimarrà totale.





