L’Iran si ferma per l’addio a Khamenei, folla oceanica tra invocazioni di vendetta e una tregua appesa a un filo
Ariel Piccini Warschauer.
Un mare umano nero e compatto, interrotto solo dal bianco dei sudari e dal rosso delle bandiere che invocano la vendetta e il martirio. A Teheran sono iniziate ufficialmente le imponenti cerimonie funebri per la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, rimaste congelate per mesi e ora rese possibili solo grazie alla fragile tregua temporanea siglata tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Ma se i canali diplomatici hanno faticosamente imposto il silenzio alle armi, la piazza di Teheran urla una verità completamente diversa.
L’apertura della settimana di lutto nazionale, celebrata nel monumentale complesso della Grand Mosalla di Khomeini, si è trasformata fin dalle prime ore in una gigantesca cassa di risonanza geopolitica. I tradizionali slogan “Morte all’America” e “Morte a Israele” hanno rimbombato tra la folla, alternati a un coro ritmato che non lascia spazio a interpretazioni: “Vendetta, vendetta” e “Guerra, guerra contro i sionisti e l’America”.
A infiammare gli animi dal podio è stato il Presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Le sue parole sono state un duro richiamo alla dottrina della resistenza: “Nessuno pensi che il popolo iraniano rimarrà in silenzio di fronte al sangue della nostra Guida”, ha tuonato il falco conservatore. “Il dovere di ogni musulmano e di ogni patriota è esigere che i responsabili paghino il prezzo più alto”.
La logistica del consenso: milioni di persone attese in cinque tappe
Il regime teocratico degli ayatollah ha messo in moto una macchina organizzativa senza precedenti, stanziando fondi straordinari per garantire trasporti gratuiti, vitto e alloggi a milioni di pellegrini provenienti da ogni provincia del Paese e anche dall’Irak. L’obiettivo è chiaro: mostrare al mondo e agli avversari regionali un fronte interno granitico e vendicativo.
Il feretro di Khamenei, sormontato dal suo storico turbante nero a simboleggiare la discendenza dal Profeta Maometto, rimarrà esposto nella capitale fino a domenica sera. Da quel momento inizierà una vera e propria via crucis sciita, un itinerario transnazionale ad altissimo valore simbolico che attraverserà i cuori pulsanti del clero e della fede sciita tra Iran e Iraq: A Teheran si terrà la Camera ardente e la prima grande preghiera collettiva.
Poi il feretro sarà trasportato a Qom, la città santa iraniana, culla teologica del regime della Velayat-e Faqih.
Da lì il corteo funebre farà tappa a Najaf, in Iraq, sede del santuario dell’Imam Ali, per saldare idealmente l’asse sciita oltre i confini nazionali.
Poi sarà la volta di Kerbala, sempre in Iraq, luogo del martirio di Hussein, simbolo assoluto di sacrificio contro l’oppressione per la dottrina sciita.
A Mashhad, in Iran, giovedì prossimo la salma sarà tumulata nel blindatissimo e sfarzoso santuario dell’Imam Reza.
Il monito dei Pasdaran: “Nessun errore di calcolo”
Sullo sfondo dei pianti rituali, dei petti percossi, e delle pene capitali aumentate nelle ultime settimane contro i dissidenti interni, resta la tensione militare. Nonostante la tregua in vigore, il comando centrale delle forze armate iraniane (Khatam al-Anbiya) ha diramato un comunicato dai toni perentori rivolto a Washington e Tel Aviv. I Pasdaran hanno avvertito che qualsiasi “errore di calcolo”, provocazione o violazione dello spazio aereo durante i sette giorni di lutto riceverà una risposta “immediata, dura e dolorosa per i nemici dell’Iran“.
Teheran in queste ore è anche una capitale blindata per la presenza di delegazioni straniere provenienti da oltre trenta Paesi. Alleati storici, membri dell’Asse della Resistenza e diplomatici di nazioni non allineate sono giunti per porgere i condogliati al successore designato.
Mentre i leader mondiali osservano con il fiato sospeso la tenuta dell’accordo che ha temporaneamente fermato l’escalation nel Medio Oriente, la piazza iraniana ha già emesso il suo verdetto. La Guida Suprema è caduta, ma la retorica del muro contro muro che ha caratterizzato i suoi trentasette anni al potere non è mai stata così viva e minacciosa.





