Torino blindata, parla Lo Grasso (Comunità ebraica) che eologia il sindaco che fece illuminare la Mole per Israele
Ariel Piccini Warschauer.
Per parlare di Medioriente nella Torino che un tempo si definiva la culla della democrazia e del dialogo, oggi servono i blindati della Polizia di Stato, i reparti mobili e le transenne anti-sommossa. Il convegno di “Sinistra per Israele” presso la Città Metropolitana – coordinato da Mercedes Bresso e intitolato “Sconfiggere Netanyahu – Due popoli, due Stati” – doveva essere un dibattito interno alla sinistra riformista. Fuori, invece, è andato in scena il solito copione dell’intolleranza pro-Pal: cori violenti («Fuori il sionismo da Torino»), minacce di boicottaggio e attacchi durissimi alla giunta di centro-sinistra.
Dentro, per fortuna, una “maggioranza silenziosa” ha riempito la sala fino al tutto esaurito, rifiutando di farsi intimidire. Di questo cortocircuito ne parliamo con Antonino Maria Lo Grasso, dirigente della Pubblica Amministrazione e membro della Comunità Ebraica di Torino, tra i protagonisti della serata.
Dottor Lo Grasso, che effetto fa vedere un dibattito che parla di pace e di “due Stati” ridotto a un evento blindato dalle Forze dell’Ordine?
«È il triste segno dei tempi che viviamo, ma anche una conferma importante. Da un lato c’è l’amarezza nel constatare che a Torino, per potersi confrontare liberamente, sia necessario schierare la Polizia. La minoranza urlante che abbiamo visto in piazza non cerca il dialogo, cerca l’annullamento dell’altro. Definire il sionismo – che storicamente è il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico – come qualcosa da “bandire” significa, nei fatti, negare il diritto all’esistenza stessa di Israele. Dall’altro lato, però, la sala piena dimostra che esiste una Torino civile. Una maggioranza silenziosa che rifiuta la logica degli slogan e che vuole stare sui fatti.»
I manifestanti in piazza hanno attaccato duramente il sindaco Stefano Lo Russo per aver illuminato la Mole Antonelliana con la bandiera israeliana subito dopo il massacro del 7 ottobre. Da cittadino e dirigente della PA, come valuta quella polemica?
«Chi critica quel gesto ha semplicemente perso la bussola dell’umanità. Quell’illuminazione non era un atto di “fazione” o di tifo politico: era un atto di doverosa e umana solidarietà istituzionale di fronte a un pogrom, al più grande massacro di ebrei dai tempi della Shoah. Le istituzioni hanno il dovere morale di schierarsi contro il terrore. L’Amministrazione Lo Russo fece la cosa giusta. Declassare la memoria del 7 ottobre a una questione di bandiere da tifoseria è lo specchio della deriva ideologica e del cinismo di certe piazze.»
Il titolo del convegno era molto forte: “Sconfiggere Netanyahu”. Quasi tutti i relatori hanno usato parole durissime contro l’attuale premier israeliano. Come vive la Comunità Ebraica questa forte critica interna?
«Il mondo ebraico, sia in diaspora che in Israele, è storicamente pluralista e vivacemente democratico. Le critiche a Netanyahu non sono una novità: in Israele la democrazia è sana, viva, e si esprime nelle piazze ogni sabato sera. Il problema sorge quando la critica politica al governo in carica diventa un pretesto per delegittimare lo Stato di Israele in quanto tale. Questo è il discrimine fondamentale che la sinistra italiana ed europea deve sempre tenere a mente per non scivolare in un pericoloso antisemitismo mascherato da antisionismo.»
Emanuele Fiano ha proposto una linea basata sulla reciprocità del dolore: “non minimizzare Gaza, non minimizzare il 7 ottobre”. È una sintesi che la convince?
«Fiano tocca un punto cruciale, che è quello della complessità. Riconoscere la sofferenza della popolazione civile a Gaza è un imperativo morale, ed è profondamente ebraico non gioire mai delle disgrazie altrui. Tuttavia, la simmetria non deve diventare confusione delle responsabilità. Il 7 ottobre è stato un atto di barbarie deliberata teso a distruggere ogni spazio di pace; la tragedia di Gaza è la diretta conseguenza della cinica strategia di Hamas di usare i propri cittadini come scudi umani. La strada di Fiano è coraggiosa, ma richiede che da entrambe le parti ci siano interlocutori disposti a riconoscere il diritto dell’altro a esistere. E qui arriviamo al vero nodo politico.»
A proposito di interlocutori: durante il dibattito, l’esponente palestinese di Fatah, Samer Sinjilawi, ha attaccato duramente Abu Mazen per la mancanza di elezioni democratiche dal 2006. La sinistra occidentale soffre di ipocrisia su questo punto?
«Sinjilawi ha squarciato un velo di ipocrisia enorme. Parliamo da trent’anni di “Due Stati”, ma l’opinione pubblica progressista dimentica che l’Autorità Palestinese non ha alcuna legittimità democratica da vent’anni. Abu Mazen governa per decreto in un vuoto di potere che ha spianato la strada a Hamas. La domanda che dobbiamo porci, con realismo, è: se si votasse oggi nei territori, vincerebbe la Fatah che flirta con lo slogan estremista “dal fiume al mare” o vincerebbe direttamente Hamas? Finché la leadership palestinese non abbandonerà l’idea di cancellare Israele dalla mappa, l’opzione dei due Stati rischia di rimanere un’enunciazione teorica, eternamente prematura.»
In conclusione del convegno, Mercedes Bresso ha chiesto: “Come possiamo aiutarvi?”. Che risposta si sente di dare dall’osservatorio di Torino?
«L’Italia e l’Europa possono aiutare il Medioriente facendo una cosa semplice: smettendo di alimentare il conflitto con la retorica dell’odio e i massimalismi. Bisogna sostenere le forze coraggiose e pragmatiche in Israele, che sono tante e chiedono il cambiamento, ma al contempo l’Occidente deve pretendere la nascita di una leadership palestinese nuova, democratica. Una classe dirigente che investa sulle scuole, sulle infrastrutture e sul benessere del proprio popolo, e non nei tunnel del terrore. Aiutare significa essere amici della pace, non ultras di una fazione contro l’altra.»





