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La stagione della cooperazione tra istituzioni, al Santa Maria della Scala potrebbero andare alcuni tesori artistici della Banca Monte dei Paschi

Giulio Pellizzi.

Il dibattito che si è riaperto intorno al Santa Maria della Scala ha almeno un merito indiscutibile: ha riportato al centro della discussione pubblica non soltanto un edificio, ma un’idea di città. Ed è già un fatto rilevante, perché il Santa Maria non è mai stato una semplice architettura da restaurare o un contenitore da riempire. È, piuttosto, una forma storica della vita civile senese, un organismo che nel corso dei secoli ha saputo assorbire funzioni, bisogni, sofferenze, linguaggi, trasformazioni. Ogni progetto che lo riguarda è dunque costretto a misurarsi con qualcosa di più di una questione edilizia: deve interrogarsi sul rapporto tra memoria e uso, tra permanenza e mutamento, tra tutela e destinazione pubblica.

In questa prospettiva, il nuovo masterplan presentato dalla Fondazione costituisce un passaggio da accogliere con attenzione. Non perché consegni soluzioni già risolte, ma perché prova a rimettere in forma una visione d’insieme, sottraendo il complesso al rischio degli interventi episodici, delle aggiunte casuali, delle funzioni immaginate in modo separato dalla struttura che dovrebbero abitare. È un punto non secondario. Il Santa Maria della Scala, proprio per la sua natura stratificata e per la sua complessità urbana, non può essere trattato per frammenti disgiunti. Ha bisogno di un pensiero ordinatore, capace di leggere le connessioni, i livelli, le soglie, le relazioni tra le parti.

In questo senso i tre contributi progettuali presentati – differenti per lessico, sensibilità e postura – hanno il pregio di non eludere la difficoltà del confronto con il luogo. Non riducono il Santa Maria a un supporto neutro sul quale imprimere una firma, ma si misurano con la sua condizione di corpo storico ancora aperto, di architettura che domanda di essere letta prima di essere trasformata. È questo, forse, l’aspetto più interessante della fase attuale: l’aver rimesso in circolo l’idea che il futuro del Santa Maria non dipenda dalla semplice occupazione degli spazi vuoti, ma dalla qualità culturale dell’interpretazione che saprà renderli nuovamente necessari alla città.

Se questa è la direzione, allora il tema decisivo diventa un altro: quali funzioni, quali contenuti, quali presenze possano realmente dare forma a questa necessità pubblica. Non basta, infatti, disporre di nuovi spazi; occorre che quegli spazi siano abitati da un progetto di senso. E qui si apre una possibilità che Siena discute da anni in maniera intermittente, ma che oggi potrebbe forse essere affrontata con spirito più maturo e con una più precisa consapevolezza istituzionale.

Certo, dobbiamo fare un passo alla volta, ma l’occasione vitale ed enorme sarà quella di trovare un accordo pluriennale tra Fondazione Santa Maria della Scala, Ministero della Cultura, Comune di Siena e Banca Monte dei Paschi di Siena per rendere finalmente accessibile al pubblico, in modo stabile e ordinato, una parte rilevante della collezione custodita a Rocca Salimbeni.

Si tratta di una questione che non riguarda soltanto la valorizzazione di un patrimonio artistico di eccezionale rilievo. Riguarda, più profondamente, il principio della restituzione. Opere che per storia, qualità e radicamento appartengono alla vicenda culturale di Siena restano oggi in larga misura sottratte alla piena fruizione pubblica, visibili solo in occasioni limitate, o comunque entro condizioni che non consentono a cittadini, studiosi e visitatori di stabilire con esse un rapporto continuo. Non è in discussione la legittimità della loro custodia, né il ruolo che la Banca ha avuto nel conservarle. Il punto è un altro: come trasformare quella custodia in una più ampia forma di condivisione.

Portare una parte di quella collezione dentro il Santa Maria della Scala non significherebbe impoverire Rocca Salimbeni, ma al contrario aprire una nuova stagione di cooperazione tra istituzioni cittadine che troppo spesso hanno proceduto per linee parallele. Sarebbe un gesto di intelligenza civile prima ancora che museografica. Consentirebbe di sottrarre capolavori oggi sostanzialmente appartati a una condizione di accessibilità ordinaria; offrirebbe al Santa Maria un nucleo di opere capace di rafforzarne l’identità di polo culturale; darebbe alla Banca la possibilità di inscrivere la propria collezione in un progetto pubblico di lungo periodo, senza rinunciare al riconoscimento della propria funzione storica.

L’elenco delle opere coinvolgibili basta da solo a misurare la portata dell’occasione: dai fondi oro senesi ai Lorenzetti, da Sassetta al Maestro dell’Osservanza, da Giovanni di Paolo a Beccafumi, dal Sodoma a Peruzzi, da Vanni a Manetti, fino agli sviluppi più tardi che giungono all’Ottocento e al Novecento. Non si tratterebbe semplicemente di esporre quadri. Si tratterebbe di costruire, all’interno del Santa Maria, un percorso capace di raccontare la lunga durata della civiltà figurativa senese e toscana, restituendola non come repertorio di eccellenze isolate, ma come trama storica di committenze, devozioni, linguaggi, forme della vita urbana.

Un’operazione simile avrebbe anche un valore metodologico. Mostrerebbe che il futuro del Santa Maria non coincide necessariamente con la rincorsa all’evento, né con l’accumulazione indistinta di funzioni, ma può prendere corpo attraverso una paziente composizione di contenuti coerenti con la storia del luogo e insieme capaci di parlare al presente. Un complesso nato per l’accoglienza e per il servizio alla comunità troverebbe così una delle sue possibili attualizzazioni proprio nell’atto di rendere nuovamente comune ciò che oggi è custodito in forma più ristretta.

Naturalmente un progetto del genere richiede misura, competenza, garanzie, tempi non improvvisati. Richiede un’intesa istituzionale solida, una definizione chiara delle forme di comodato o di deposito, investimenti adeguati in sicurezza, conservazione, studio, allestimento, comunicazione. Richiede anche una visione non competitiva tra i soggetti coinvolti. Ma proprio per questo il momento appare favorevole: se il masterplan intende davvero inaugurare una fase in cui il Santa Maria della Scala torni a essere un’infrastruttura culturale della città, allora la qualità delle sue prime scelte simboliche sarà decisiva.

E poche scelte, oggi, avrebbero una forza più limpida di questa: aprire al pubblico, nel cuore del Santa Maria, una sezione stabile dedicata ai capolavori della collezione Monte dei Paschi, dentro un accordo pluriennale che unisca Fondazione, Comune, Ministero e Banca attorno a un obiettivo condiviso. Non una concessione decorativa, ma una forma concreta di alleanza civica. Non una sottrazione a un’istituzione, ma un ampliamento della sua funzione pubblica.

Il Santa Maria della Scala si candida da tempo a diventare un luogo più pienamente abitato dalla cultura, dalla ricerca, dalla didattica, dalla vita urbana. Perché questa candidatura acquisti sostanza, occorre che i nuovi spazi siano messi in relazione con nuovi atti di responsabilità comune. Le architetture, da sole, non bastano mai. Hanno bisogno di essere attraversate da contenuti che rendano credibile la promessa che contengono.

Forse il punto è proprio questo. Il futuro del Santa Maria non dipenderà solo dalla qualità dei progetti, che pure in questa fase offrono un terreno serio di riflessione. Dipenderà dalla capacità della città di riconoscere che il proprio patrimonio disperso o segregato può trovare lì, in quel complesso che da secoli raccoglie e redistribuisce senso pubblico, una nuova forma di presenza.

Sarebbe un modo non rumoroso, ma esatto, di entrare nel futuro: non aggiungendo soltanto metri quadrati recuperati, ma restituendo alla comunità opere che attendono da tempo uno sguardo più largo.

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