L’ipocrisia di una nazione: se l’antisemitismo diventa un riflesso culturale trasversale
Ariel Piccini Warschauer.
Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia un nuovo episodio di antisemitismo, il copione della politica e del dibattito pubblico italiano si ripete con una prevedibilità quasi rassicurante. Scatta il festival dell’indignazione a gettone, si stendono veloci comunicati di solidarietà istituzionale, si evocano i fantasmi del passato e, infine, ci si auto-assolve con la solita formula consolatoria: “L’Italia non è un Paese antisemita”. Ci raccontiamo che si tratta di casi isolati, di rigurgiti di pochi estremisti nostalgici, di frange marginali. Una narrazione comoda, utile a metterci la coscienza a posto, ma che nasconde una verità molto più scomoda e profonda, lucidamente sollevata da Andrea Molle su queste colonne: l’antisemitismo in Italia non è un’anomalia temporanea, ma un pregiudizio culturale sedimentato, trasversale e mai davvero sradicato.
La realtà è che, storicamente e culturalmente, gli ebrei in Italia sono sempre stati “tollerati” più che realmente accettati. E la tolleranza, si sa, è un concetto condizionato: presuppone che ci sia qualcuno che concede benevolmente uno spazio, a patto che l’ospite non disturbi, rimanga invisibile o si adegui alla narrazione dominante. Oggi questo riflesso antico sta riemergendo con violenza, cambiando pelle ma mantenendo intatta la sua natura escludente.
Se a destra il fenomeno si alimenta ancora di vecchi fantasmi identitari, di complottismi globalisti e della retorica logora sulla “finanza ebraica”, è a sinistra che oggi si consuma il cortocircuito più drammatico e ipocrita. Quello che Molle definisce giustamente come “ossessione antisionista” è diventato il passaporto per una sistematica esclusione simbolica degli ebrei dalla comunità morale progressista.
Lo vediamo quotidianamente nelle università trasformate in zone franche di intolleranza, nei movimenti sociali e persino nei Gay Pride. Manifestazioni che dovrebbero celebrare i diritti e l’inclusione si trasformano in tribunali politici dove le associazioni ebraiche vengono trattate come corpi estranei, costrette a subire umilianti “test di purezza”. Si assiste così al paradosso grottesco di attivisti che espellono i simboli ebraici e condannano l’unico Paese del Medio Oriente dove i Pride sono legali e dove la comunità LGBTQ+ gode di pieni diritti, mostrando una cecità ideologica che supera i confini del ridicolo.
La dinamica è sempre la stessa, odiosa e discriminatoria: all’ebreo italiano viene chiesto un supplemento di lealtà. Viene pretesa una certificazione morale preventiva, una dissociazione pubblica dalle politiche del governo israeliano che non viene mai richiesta a nessun cittadino di nessun’altra nazionalità o fede per le colpe dei rispettivi governi d’origine o di riferimento. Se non abiuri, se non ti dichiari “buono” secondo i canoni decisi dal conformismo progressista, perdi il diritto alla cittadinanza morale.
L’Italia, che ama piangersi addosso definendosi la culla dell’umanesimo e della tolleranza mediterranea, preferisce gli ebrei silenziosi, invisibili o ridotti a icone della memoria da celebrare una volta all’anno il 27 gennaio. Quando l’ebreo rivendica la propria identità, la propria sicurezza e il proprio diritto a esistere senza chiedere il permesso a nessuno, ecco che il riflesso della “tolleranza condizionata” si spezza. Non abbiamo mai fatto davvero i conti con questo substrato culturale. Abbiamo solo imparato a raccontarcelo meglio, nascondendoci dietro la retorica mentre fuori dalle sinagoghe e dalle scuole servono ancora i soldati per proteggere i nostri bambini.





