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Spionaggio, trema l’intelligence di Tel Aviv per l’ufficiale della Lahav 433 che avrebbe contatti con l’Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Un terremoto silenzioso ma devastante scuote i vertici dell’apparato di sicurezza interna israeliano. Un ufficiale della forza d’élite Lahav 433 – la prestigiosa unità della polizia nazionale spesso soprannominata la “FBI israeliana”, incaricata di indagare sui crimini più gravi, sulla corruzione di alto livello e sulla criminalità organizzata – è finito sotto inchiesta con l’accusa più infamante per chi indossa quella divisa: sospetti contatti con un agente straniero legato all’Iran.

Il caso, sul quale le autorità mantengono il massimo riserbo, è stato preso in carico direttamente dal Dipartimento per le indagini interne della polizia (Mahash). Secondo le prime indiscrezioni, l’ufficiale avrebbe respinto fermamente ogni addebito, dichiarandosi estraneo a qualsiasi attività di intelligence ostile o di tradimento. Tuttavia, il solo fatto che un membro di un’unità così sensibile sia finito nel mirino degli inquirenti ha fatto scattare l’allarme rosso a Tel Aviv e Gerusalemme. La Lahav 433 gestisce infatti dossier ad altissima sensibilità politica e di sicurezza nazionale; una potenziale falla al suo interno rappresenterebbe un danno d’immagine e strategico incalcolabile.

L’indagine si inserisce in uno scenario ben più ampio e inquietante. Da mesi le agenzie di sicurezza israeliane – in prima linea lo Shin Bet – denunciano una vera e propria offensiva invisibile da parte di Teheran, volta a penetrare il tessuto sociale e istituzionale dello Stato ebraico. Non più solo cyberattacchi o l’uso di proxy militari ai confini, ma una capillare campagna di reclutamento umano condotta attraverso il web.

Il modus operandi della Repubblica Islamica, descritto dagli inquirenti, è ormai standardizzato: agenti iraniani agganciano cittadini israeliani – spesso individui in difficoltà finanziarie o figure con accesso a informazioni sensibili – utilizzando canali Telegram anonimi, profili social fittizi e piattaforme di messaggistica criptata. I contatti iniziano spesso con richieste apparentemente innocue o compiti minori, remunerati profumatamente tramite criptovalute o sistemi di pagamento digitali difficilmente tracciabili, per poi trasformarsi in vere e proprie missioni di spionaggio o sabotaggio.

L’arresto, nelle scorse settimane, di diverse cellule di cittadini israeliani accusati di aver fotografato basi militari o di aver pianificato attentati su commissione di Teheran aveva già sollevato profonda preoccupazione nell’opinione pubblica. Ma la notizia che i tentacoli dell’intelligence iraniana possano aver lambito l’élite della polizia segna un punto di svolta drammatico.

Mentre l’ufficiale della Lahav 433 continua a difendere la propria innocenza, gli investigatori del Mahash stanno passando al setaccio ogni suo dispositivo elettronico, i flussi finanziari e i tabulati telefonici. L’obiettivo è capire se si sia trattato di un’ingenuità, di una trappola digitale o se, scenario ben più cupo, la barriera di sicurezza di una delle unità più protette d’Israele sia stata effettivamente violata dal nemico giurato di sempre.

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