Campo largo senza entusiasmo e senza leader che sanno che a Palazzo Chigi la poltrona è solo una
Mario Lavia su Linkiesta scrive che il campo largo ha perso l’entusiasmo del referendum ed è senza leader. «Sarebbe bello che qualcuno si autoconvocasse per fare il programma del centrosinistra, perché io vedo un grande immobilismo da questo punto di vista». Persino Rosy Bindi – il persino è necessario perché lei è un’incrollabile fan di Elly Schlein – mette il dito nella piaga: il centrosinistra non sta facendo nemmeno mezzo passo in avanti.
Lasciamo stare il merito della proposta, che evidentemente è una provocazione: ci mancano solo gli autoconvocati, i Cobas del campo largo – ma poi chi? – in un ennesimo Occupy Pd. E tuttavia Bindi ha ragione. Hanno lasciato evaporare il refolo del referendum di marzo, che comunque una spinta emotiva l’aveva data, i grandi capi del progressismo, certi di avere il vento – o il refolo – in poppa.
E quindi nessuno ha fatto niente, come quegli studenti svogliati che ad aprile smettono di studiare perché sicuri della promozione. Peccato che in politica non sia così. Non ti puoi permettere di gingillarti per due mesi. Il refolo cala dopo una settimana. E invece nulla è stato costruito sul programma; men che meno si è capito come si arriverà alla scelta del candidato premier.
Schlein gira l’Italia senza risparmiarsi, e fa benissimo. Però un’aspirante presidente del Consiglio non può dimenticarsi di andare all’assemblea degli industriali perché impegnata in un seminario al Nazareno con Drew Westen, in passato vicino a Barack Obama, consulente di comunicazione strategica per organizzazioni non profit e consigliere di organizzazioni progressiste.
Lo studioso avrebbe illustrato alcuni elementi necessari per vincere. Tra questi – ha detto – «speak easy», parlate facile. In effetti, Schlein parla facile. Anche troppo. In questi giri tra la gente, Elly è stata immortalata con Giuseppe Conte, occhi negli occhi, in una foto che sembra scattata – ha scritto Filippo Ceccarelli – da Robert Doisneau.
Ma i due, che se ne sappia, non si sono mai seduti a un tavolo: ognuno si fa i fatti propri. Sanno che a Palazzo Chigi c’è una poltrona per due e che gli elettorati dei rispettivi partiti non si amano – citofonare Andrea Martella, non votato da mezzo elettorato contiano.
Gli uomini dell’avvocato del populismo hanno cominciato a seminare l’idea che il Partito democratico sia sempre il solito vecchio apparato. Solo che il Nazareno non replica come dovrebbe: con idee nuove. Così il valzer dell’ipocrisia, mascherato da testardaggine unitaria, prosegue con il puntello di un Matteo Renzi che mai scenderà dal tram progressista, sicuro di essere adeguatamente ricompensato se Schlein o Conte andranno effettivamente a Palazzo Chigi: dicono che la Farnesina gli piacerebbe molto.
E lo stesso vale per la sinistra rossoverde, molto sancheziana – e che Dio gliela mandi buona a Pedro Sánchez, che si è ritrovato la Finanza nella sede del partito. Improvvisamente, dopo Venezia, non si capisce più come riprendere il filo smarrito. Si sono persino perse le tracce della manifestazione per la pace: forse fa troppo caldo.
I convegni sono stati fatti, con risultati relativi. Non resta che menare forte sul governo Meloni, la quale sembra andare ancora più a destra – vedi l’intemerata contro l’Europa, che fa molto sovranismo – e dunque qui il gioco è facile. E tuttavia il campo largo sembra aver perso lo smalto tipico delle cose nuove.
Sull’asse Schlein-Conte, già tarlato di suo, c’è già troppa polvere. Si sente l’ansia di innovare ancora, forse di qualche faccia nuova – sennò come si spiega il successo di Silvia Salis? Altrimenti, tra un anno, il rischio è di una partita tra usato sicuro, Meloni, e usato insicuro, il campo largo, che rischia di essere un campo vecchio, a partire dal Pd. Anche speaking easy.





