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Un Paese caratterizzato da natalità ai minimi storici, le famiglie sempre più piccole

Ramiro Baldacci su Ripartelitalia.net scrive che l’Italia continua a fare i conti con una profonda crisi demografica. Nel Rapporto annuale presentato dall’Istat, emerge il quadro di un Paese caratterizzato da natalità ai minimi storici, famiglie sempre più piccole e una crescente difficoltà a trasformare il desiderio di avere figli in una scelta concretamente realizzabile.

Le culle vuote non rappresentano soltanto un dato statistico. Dietro i numeri ci sono milioni di persone che vorrebbero diventare genitori ma che, per motivi economici, lavorativi, familiari o legati all’età, rinunciano a un progetto di vita desiderato.

Oltre 6,6 milioni di persone rinunciano ai figli desiderati

Secondo il rapporto, il 62,2% delle persone che non intende avere figli in futuro afferma di desiderarli comunque. Si tratta di 6,6 milioni di italiani che rinunciano alla genitorialità per ragioni diverse.

Tra questi, 2,8 milioni indicano come ostacolo principale le difficoltà economiche o l’assenza di adeguate certezze lavorative. Altri 763 mila individuano un limite nei bisogni di assistenza e cura dei propri genitori anziani. Per ulteriori 1,3 milioni di persone, invece, il desiderio di avere figli è stato rinviato così a lungo da non poter più essere realizzato a causa dell’età o di problemi di fecondità.

Il fenomeno si inserisce in un contesto nel quale le gravidanze arrivano sempre più tardi. L’età media al parto raggiunge infatti i 32,7 anni, mentre cresce il numero delle donne che affrontano una gravidanza oltre i 40 anni.

Fecondità ai minimi storici e famiglie sempre più piccole

Il rapporto evidenzia anche il continuo calo della propensione ad avere figli. In Italia nascono appena 1,14 figli per donna, uno dei livelli più bassi registrati nel Paese.

Parallelamente cambia la struttura delle famiglie. Negli ultimi trent’anni le coppie con due figli sono diminuite in modo significativo, passando dal 47,9% al 28,4%.

Oggi risultano addirittura meno numerose rispetto alle persone che vivono sole, che rappresentano il 37,1% del totale. Ne emerge l’immagine di un Paese composto sempre più da single e figli unici, spesso chiamati a sostenere da soli il peso assistenziale delle generazioni precedenti.

Fontana: “Le culle vuote segnalano una fragilità profonda”

Nel corso della presentazione del Rapporto annuale è intervenuto il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, che ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze della denatalità.

“Le culle vuote non indicano solo il declino demografico”, ha affermato Fontana.

“Segnalano una fragilità più profonda, destinata a incidere sul futuro del Paese se non riusciremo a invertire la rotta”, ha aggiunto.

Chelli: valorizzare giovani e donne per affrontare la sfida demografica

Anche il presidente dell’IstatFrancesco Maria Chelli, ha sottolineato la portata della trasformazione in atto.

“Il Paese si confronta con il crescente invecchiamento della popolazione e con una natalità ai minimi storici”, ha osservato.

Secondo Chelli, “una delle sfide chiave per il Paese si giocherà sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre”, a partire proprio dai giovani e dalle donne.

L’Istat evidenzia infatti che, senza una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, le attuali dinamiche demografiche porteranno l’Italia ad avere oltre 5 milioni di lavoratori in meno entro il 2050, con conseguenze rilevanti per la crescita economica e per la sostenibilità del welfare.

Occupazione femminile ancora distante dalla media europea

Il contributo delle donne viene indicato come uno degli elementi centrali per affrontare gli effetti della crisi demografica.

Attualmente il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro si ferma al 58,8%, contro una media europea del 71,2%.

Accanto al divario occupazionale, il rapporto evidenzia una marcata segregazione di genere. La metà dell’occupazione femminile risulta concentrata in appena 17 professioni, generalmente meno remunerative, mentre gli uomini sono distribuiti in 43 professioni differenti.

A questa situazione si aggiunge una minore presenza nei ruoli di responsabilità. Sebbene le donne rappresentino il 43% degli occupati complessivi, la loro quota si riduce al 25,3% nelle posizioni dirigenziali e manageriali.

Il divario riguarda anche le retribuzioni. Secondo i dati richiamati dall’Istat, le lavoratrici percepiscono mediamente oltre 2 mila euro in meno rispetto ai colleghi uomini.

Il peso del lavoro familiare resta soprattutto sulle donne

Le differenze di genere emergono con chiarezza anche all’interno delle famiglie.

Nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano, le donne sostengono il 68,9% del lavoro familiare complessivo. Il dato mostra un miglioramento rispetto al 2003, quando il carico raggiungeva il 75,4%, ma il percorso verso una maggiore condivisione resta ancora lungo.

L’Istat rileva che gli uomini partecipano oggi in misura maggiore, soprattutto nella cura dei figli. Tuttavia, il raggiungimento di una reale parità all’interno delle famiglie appare ancora distante.

Natalità, lavoro e welfare: una sfida che riguarda il futuro del Paese

Il Rapporto annuale dell’Istat descrive una realtà nella quale il desiderio di avere figli continua a scontrarsi con ostacoli economici, lavorativi e organizzativi. Le difficoltà nell’accesso alla genitorialità si intrecciano con l’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle nascite e il progressivo restringimento della base occupazionale.

In questo scenario, la valorizzazione del capitale umano, il rafforzamento dell’occupazione femminile e il sostegno alle giovani generazioni vengono indicati come elementi decisivi per affrontare una delle principali sfide sociali ed economiche che attendono il Paese nei prossimi decenni.

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