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Salvateci dalla dittatura, l’appello disperato dei dissidenti iraniani a Trump

Ariel Piccini Warschauer.

 «Il popolo iraniano è in uno stato psicologico drammatico. Non c’è quasi più speranza per il futuro». Le parole di Z., un professionista iraniano di mezza età, arrivano come un sussurro disperato attraverso i canali criptati della messaggistica clandestina. Parlare con la stampa estera, specie se legata a Israele, in Iran è un reato da codice penale che il regime degli ayatollah punisce con l’accusa di spionaggio a favore del Mossad e, spesso, con la condanna a morte e l’impiccagione. Eppure, la disperazione ha oramai superato la barriera del terrore. Dopo i massacri di gennaio, quando le piazze della Repubblica Islamica si sono sollevate contro il regime prima di essere sommerse dal sangue e dal silenzio di un blackout digitale totale, una parte della dissidenza interna guarda a Washington con un misto di supplica e di terrore. La paura più grande? Che i sacrifici di migliaia di giovani vengano cancellati da un nuovo accordo diplomatico tra il presidente americano Donald Trump e gli ayatollah rintanati nei bunker di Teheran.

A gennaio, lo scenario sembrava diverso. Trump aveva twittato un messaggio chiaro ai manifestanti: «Patrioti iraniani, continuate a protestare… I carnefici pagheranno un prezzo altissimo». Parole che all’epoca avevano riacceso la speranza in un intervento esterno risolutivo. Oggi, quella fiducia vacilla. «La gente ha creduto che Trump sarebbe stato il salvatore», spiega Z. «Ma le sue ultime mosse mostrano che l’America si muove solo per i propri interessi nazionali. Non c’è traccia di un reale sostegno a un cambio di regime né la volontà di colpire il regime fino a farlo collassare dall’interno».

La contabilità del terrore della rivolta di inizio anno è ancora un buco nero. Se la propaganda ufficiale ammette meno di 4.000 vittime, parlando di “rivoltosi guidati dall’estero”, le organizzazioni internazionali per i diritti umani e fonti diplomatiche occidentali stimano una cifra vicina ai 30.000 morti, tra esecuzioni sommarie e sparizioni forzate.

In questo vuoto di democrazia, persino le transizioni politiche un tempo impensabili non spaventano più. Il dissidente Z. ammette che pur di vedere cadere l’attuale leadership, molti non si opporrebbero a una figura di transizione temporanea come l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, un tempo braccio destro della Guida Suprema ma poi spostatosi su posizioni critiche, pur di traghettare il Paese verso libere elezioni. «Questo regime non è normale. Non si può cambiare con l’attivismo civile. Serve una forza esterna brutale e risolutiva».

Ancora più tragica è la testimonianza di X., un padre che l’8 gennaio scorso ha perso la giovane figlia, assassinata dalle forze di sicurezza in una provincia occidentale. «L’ottanta per cento delle persone non vede ormai altra via d’uscita che la guerra», scrive l’uomo. «Non siamo stati uccisi per scendere a compromessi, o per lodare questo sistema criminale e omicida». L’Iran descritto da X. è un Paese in ginocchio. L’isolamento della rete internet ha devastato un tessuto economico già stremato dalle sanzioni occidentali e dalle conseguenze del conflitto dello scorso giugno. Mentre i fondi statali continuano a essere drenati per finanziare i gruppi interposti (i proxy) nella regione, le promesse di welfare interno — come le misure per la natalità e il sostegno familiare — rimangono solo sulla carta. Il sussidio straordinario di 7 dollari concesso dal governo a giugno è stato letteralmente polverizzato dall’iperinflazione.

«Le condizioni economiche sono peggiori rispetto a prima di gennaio», conclude X. «La gente sopporta tutto questo solo con l’idea che la guerra possa essere la strada per la salvezza. Soprattutto per noi famiglie il cui sangue dei propri cari è stato calpestato. Aspettiamo che il signor Trump finisca ciò che ha iniziato».

Un paradosso drammatico, quello di una popolazione iraniana che arriva a invocare le bombe sul proprio Paese, specchio fedele di una disperazione che non ha più nulla da perdere pur che il regime degli odiati ayatollah caschi definitivamente. 

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