Scontro sulla guida del Mossad, la commissione dà il via libera a Gofman ma il il presidente frena
Ariel Piccini Warschauer.
Non c’è pace per i vertici della sicurezza israeliana, proprio in uno dei momenti più delicati della storia del Paese. La nomina del generale Roman Gofman alla guida del Mossad, il leggendario servizio d’intelligence per l’estero, si trasforma nell’ennesimo terreno di scontro frontale tra il potere politico e i vertici della magistratura israeliana.
Ieri, la Commissione Grunis – l’organo consultivo incaricato di vagliare le nomine per le cariche più sensibili dello Stato – si è pronunciata nuovamente sul caso, esprimendo a maggioranza dei voti un parere netto: non è stato riscontrato alcun difetto nella designazione di Gofman, la cui integrità morale e condotta professionale sono state definite impeccabili. Un verdetto che, sulla carta, avrebbe dovuto blindare la scelta del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
La questione era tornata sul tavolo della commissione dopo un passaggio cruciale e politicamente infuocato davanti all’Alta Corte di Giustizia (Bagatz), che aveva parzialmente accolto i ricorsi di alcune Ong, congelando l’iter e imponendo un supplemento di indagine. Nonostante il voto favorevole della maggioranza dei commissari abbia di fatto scagionato Gofman da qualsiasi ombra, a far rumore è stata la clamorosa presa di posizione del presidente della commissione stessa, l’ex capo della Corte Suprema Asher Grunis.
In aperto dissenso con la maggioranza dei suoi stessi colleghi, Grunis ha lanciato una proposta che ha gelato l’esecutivo: «Nel frattempo, data la complessità della situazione giuridica, è possibile nominare un capo del Mossad temporaneo». Una soluzione di transizione, un “interim” che per i critici rischierebbe di destabilizzare l’agenzia in una fase di massima allerta geopolitica e dí mettere in grave pericolo il Paese.
La reazione di Benjamin Netanyahu è stata immediata e durissima, specchio di un logoramento ormai cronico nei rapporti con gli organi di controllo legale. «Si tratta di un inutile calvario giudiziario», ha sbottato il premier, utilizzando un’espressione rabbinica (Inuì Din) che indica il tormento e il danno causato dai ritardi burocratici e procedurali della giustizia.
Per Netanyahu, l’indicazione di un capo ad interim non è solo un affronto politico, ma un lusso che la sicurezza nazionale non può permettersi in un momento tanto delicato. Il braccio di ferro, ora, si sposta nuovamente nelle stanze del governo, chiamato a decidere se tirare dritto con la nomina definitiva di Gofman o cedere alla prudenza istituzionale suggerita da Grunis.





