Raid Usa in Iran, la smentita di Tel Aviv: “L’Idf non ha partecipato”
Ariel Piccini Warschauer.
Nelle ore calde che seguono la violenta fiammata notturna sul territorio iraniano, il Medio Oriente si risveglia sospeso sul filo di un rasoio diplomatico e militare. I caccia guidati dagli Stati Uniti hanno violato lo spazio aereo della Repubblica Islamica per colpire obiettivi strategici legati alle milizie filoiraniane e alle infrastrutture di Teheran. Tuttavia, a ridefinire i contorni di una notte di fuoco è giunta la precisazione ufficiale e perentoria da parte dei vertici militari israeliani. Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno infatti confermato ufficialmente di non aver preso parte in alcun modo alle operazioni aeree condotte dagli alleati americani.
La smentita di Tel Aviv non è un semplice dettaglio tecnico, bensì una precisa linea di demarcazione diplomatica e operativa tracciata in un momento di massima frizione geopolitica. Nonostante il coordinamento strategico e di intelligence tra Washington e lo Stato ebraico rimanga stabilmente ai massimi livelli storici, le autorità israeliane hanno voluto blindare la propria totale estraneità all’azione diretta di questa notte. “L’Idf non ha partecipato ai raid guidati dagli Stati Uniti in Iran nella notte”, si legge nella nota sintetica ma inequivocabile rilasciata dal portavoce militare di Tel Aviv.
Fonti della difesa israeliana e del Pentagono sottolineano all’unisono come l’operazione sia da considerarsi un’azione unilaterale statunitense, volta a rispondere in modo mirato e severo ai ripetuti attacchi subiti dalle forze Usa dislocate nella regione nelle ultime settimane. La Casa Bianca ha fatto sapere che i raid rientrano nel pacchetto di risposte promesse da tempo per ripristinare la deterrenza.
La strategia del pretesto
La scelta strategica di escludere le forze israeliane dall’ordine d’attacco risponde, secondo i principali analisti internazionali, alla precisa e condivisa volontà di non offrire a Teheran il pretesto politico e propagandistico per una ritorsione immediata, simmetrica e diretta contro il territorio di Israele. Un simile scenario farebbe inevitabilmente precipitare l’intera regione in un conflitto aperto su vasta scala, mandando in fumo i fragili canali negoziali faticosamente aperti nelle ultime settimane.
Mentre la diplomazia internazionale tenta di disinnescare la bomba politica della smentita israeliana, i dettagli operativi emersi dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) restituiscono il quadro di uno scontro a fuoco ravvicinato e violentissimo nel corridoio marittimo più strategico del globo: lo Stretto di Hormuz. Nelle stesse ore dei raid terrestri, le forze navali statunitensi hanno intercettato e distrutto due imbarcazioni veloci dei Guardiani della Rivoluzione iraniana (IRGC). Secondo quanto confermato da un alto funzionario del Pentagono, i commando dei Pasdaran sarebbero stati colti “in flagrante” mentre erano impegnati a posare mine navali all’interno delle rotte commerciali del golfo, configurando una minaccia letale e immediata alla sicurezza della navigazione mercantile.
Il raid a Bandar Abbas
L’azione non si è limitata allo specchio d’acqua. Quasi simultaneamente, i jet americani hanno preso di mira e neutralizzato un sito di missili terra-aria (SAM) a Bandar Abbas, la blindatissima città portuale che ospita la principale base navale della Repubblica Islamica. Il raid mirato è scattato dopo che i sistemi di difesa aerea iraniani avevano agganciato i radar di alcuni caccia statunitensi in pattugliamento di routine, palesando un pericolo imminente per i piloti alleati.
Dal Pentagono filtra estrema cautela sulla scelta delle parole: il portavoce militare ha formalmente definito l’azione un «attacco di legittima difesa» (self-defense strike). Si tratta di una formula giuridica e politica cruciale, concepita per evitare l’escalation formale e rassicurare i mercati finanziari, immediatamente sensibili alle oscillazioni del prezzo del greggio. Il messaggio che la Casa Bianca vuole trasmettere è chiaro: si è trattato di una risposta tecnica a una provocazione circoscritta, non dell’apertura di un nuovo fronte bellico. «Le nostre forze hanno agito per neutralizzare una minaccia immediata alla libertà di navigazione e al proprio personale. L’azione rispetta i parametri del diritto all’autodifesa», spiegano fonti della Difesa americana.
Il rebus di Doha
L’incidente di Hormuz giunge in un momento di estrema fragilità per gli equilibri mediorientali, mentre nella capitale qatariota Doha proseguono i delicati colloqui diplomatici per stabilizzare la tregua nella regione. Due autorevoli fonti di intelligence occidentali, ben posizionate sul dossier, hanno tuttavia confermato che i raid non indicano il collasso del cessate il fuoco. L’Iran, impegnato in una complessa partita scacchistica per alleggerire le sanzioni economiche ed evitare lo scontro aperto con Washington, non sembra intenzionato – per ora – a rivendicare l’azione delle sue motovedette come un casus belli.
Resta tuttavia l’incognita legata ai “fiancheggiatori” e alle fazioni più radicali interne ai Pasdaran, che potrebbero aver agito d’iniziativa per sabotare i canali diplomatici. Teheran ha riunito d’urgenza il proprio Consiglio di sicurezza nazionale; nelle prossime ore, i canali di comunicazione sotterranei gestiti dalla diplomazia svizzera (che tradizionalmente cura gli interessi USA a Teheran) saranno decisivi per capire se l’incidente dello Stretto rimarrà una fiammata isolata o il preludio a una drammatica crisi d’inizio estate.





