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Una forzatura pensare al voto per le comunali come un test politico nazionale

Flavia Perina su La Stampa scrive il voto amministrativo ha smentito molte convinzioni consolidate sia nel centrosinistra sia nel centrodestra. Da una parte sarebbero state ridimensionate le sicurezze progressiste nate dopo il referendum sulla giustizia, dall’idea di un “effetto Trump” favorevole all’opposizione fino alla convinzione che il Campo largo fosse ormai una formula vincente, soprattutto dopo il risultato di Venezia, dove la destra ha ottenuto una vittoria molto più ampia del previsto. Dall’altra, anche nel centrodestra sarebbero cadute alcune paure: che il doppio turno penalizzi inevitabilmente la coalizione, che la crescita dell’area vicina a Roberto Vannacci sia inarrestabile o che contino solo le leadership nazionali e non il radicamento territoriale. Perina osserva che le amministrative del 2026 difficilmente possono essere considerate un vero test nazionale, anche perché entrambi gli schieramenti hanno cercato di minimizzarne il significato. Venezia rappresentava però un’eccezione evidente: per il centrosinistra era il laboratorio di un Campo larghissimo, da Italia Viva a Rifondazione Comunista; per il centrodestra era il luogo delle tensioni sulla Biennale e delle polemiche sulla Fenice. Il risultato finale, favorevole alla destra, viene interpretato come il segnale di una domanda di continuità da parte dell’elettorato in una fase segnata da guerre, crisi energetica, inflazione e timori economici.

In questo clima, sostiene Perina, la stabilità appare un bene rifugio mentre il cambiamento viene percepito come un rischio. Centrale anche il dato sull’affluenza, tornata a calare sensibilmente dopo le aspettative nate con il referendum: a livello nazionale si registra una diminuzione di cinque punti, mentre a Venezia il calo è di sette punti rispetto sia al 2020 sia al referendum di due mesi prima. Secondo Perina il centrosinistra non sarebbe riuscito a riportare alle urne l’elettorato mobilitato sul referendum, mentre una parte degli elettori di destra contrari alla riforma della giustizia sarebbe tornata a votare i propri riferimenti tradizionali oppure avrebbe scelto l’astensione.

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