Il dilemma del centrodestra, conviene includere o escludere Vannacci
Il politologo Giovanni Orsina su La Stampa analizza il fenomeno Vannacci in previsione delle elezioni politiche del 2027. Collocato in una dinamica storica più ampia della polemica quotidiana, il fenomeno Roberto Vannacci (nella foto) appare il prodotto dell’intrecciarsi di due movimenti opposti l’uno all’altro. Il primo spinge la protesta politica verso la radicalizzazione permanente. Il secondo la incanala invece nell’astensione.
Per sua natura, l’ordine storico nel quale viviamo da almeno trent’anni genera spaesamento e frustrazione in quote di opinione pubblica consistenti e finora crescenti. Al tempo stesso, però, quell’ordine si è dimostrato pure flessibile, adattabile e resistente. Soprattutto se lo si osserva dall’Italia, una media potenza che, collocata alla periferia dell’Occidente, gode di un modesto spazio di autonomia e può tutt’al più negoziare sui margini dei vincoli esterni, non certo rifiutarli o trasformarli.
Spaesamento e frustrazione spingono al potere partiti che promettono di rovesciare lo status quo o quanto meno rifondarlo alle radici. E che però, una volta al governo, si trovano imbrigliati entro limiti strutturali e finiscono per accomodarsi. Lo abbiamo visto con Giorgia Meloni: se la sua ascesa ha espresso una – flebile, per altro – domanda di rottura, a Palazzo Chigi si è dovuta in larga misura piegare alle regole dell’ordine globale.
L’addomesticarsi della prima ondata di protesta lascia la rabbia priva di rappresentanza e apre lo spazio a ondate successive, in una sorta di rincorsa permanente. Lucido e presciente, Eugenio Montale aveva colto questo meccanismo più di sessant’anni fa: «Quando la protesta diventa una proficua carriera», scriveva il poeta, «la scintilla si spegne, il nostro delegato, il nostro eletto, l’uomo al quale avevamo affidato il coraggio che a noi mancava viene rapidamente sostituito da un altro». Perché la nuova ondata nasca e prenda quota occorre che si presentino circostanze storiche favorevoli. E nel caso di Vannacci se ne sono presentate almeno due, l’autolesionistica decisione di Matteo Salvini di offrirgli una tribuna politica e il referendum sulla separazione delle carriere, che ha indebolito la maggioranza di governo e accresciuto la delusione nell’elettorato di destra.
Fin qui il primo movimento, quello che alimenta il fenomeno Vannacci. Ma c’è anche il secondo, che ne limita la crescita. In Italia siamo passati ormai dall’esplosione populista alla stanchezza post-populista. Per usare le celebri categorie di Albert Hirschman, fra il 2013 e il 2022 abbiamo vissuto un ciclo di “voice”, di protesta esplicita e veemente. Oggi sembra invece prevalere l’“exit”, il ritiro sdegnato dalla sfera pubblica, ben visibile nella crescita dell’astensione elettorale. La frustrazione c’è ancora, ma si è allontanata dal circuito politico e non si traduce in voto. Questo rende il “vannaccismo” al contempo strutturale e limitato.Strutturale perché segue le regole ferree della protesta contemporanea. Limitato, almeno nella fase attuale, perché attinge al radicalismo identitario di destra, che vale qualche punto percentuale, e non all’intero bacino dello scontento sociale.
Ciò non toglie che quei punti percentuali pesino, e non poco. Sia con l’attuale sistema elettorale basato in parte sui collegi uninominali, sia nell’eventualità di una riforma che introduca il premio di maggioranza nazionale, possono ben risultare decisivi per l’esito del voto nel 2027. A destra si apre così un dilemma strategico, se sia più alto il costo politico dell’inclusione o esclusione di Vannacci. Questo dilemma sarà sciolto con ogni probabilità a ridosso delle elezioni, che saranno fra dodici o magari sedici mesi, e considerate le tante variabili impazzite del nostro tempo azzardare previsioni sarebbe oggi poco saggio.
Posso solo concludere con due considerazioni generali, allora. La prima: poiché dai risultati del 2027 dipenderà l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2029, i due schieramenti faranno di tutto per prevalere. Tanto più quello di destra, che da Tangentopoli in poi non è mai riuscito a conquistare il Quirinale. La seconda, che si può ben vincere pur escludendo le frange radicali, ma soltanto se si ha la forza politica e culturale necessaria a presentare un progetto di governo che sappia essere realistico e identitario al tempo stesso. Questa forza oggi non c’è a destra né tanto meno a sinistra. Il che lascia immaginare un 2027 dominato dalla logica minimale del “tutti dentro”, a qualsiasi costo, su entrambi i versanti. Vannacci incluso.





