Il dietro le quinte delle dimissioni di Tulsi Gabbard, il dramma familiare e le fratture nell’amministrazione Trump
Ariel Piccini Warschauer.
La notizia è piombata su Washington con la forza di un terremoto politico, squarciando il velo di apparente monoliticità che circonda il secondo mandato di Donald Trump. Tulsi Gabbard, la discussa e carismatica direttrice della National Intelligence, ha rassegnato le proprie dimissioni. La quarantacinquenne ex deputata democratica, poi passata ai repubblicani e convertitasi alla causa Maga, lascerà ufficialmente il coordinamento delle diciotto agenzie di spionaggio americane il prossimo 30 giugno.
La motivazione formale, comunicata con una lettera affidata a X e notificata direttamente al Commander-in-Chief durante un teso faccia a faccia nello Studio Ovale, affonda le radici in un dramma privato: la devastante diagnosi di una forma rarissima di tumore alle ossa che ha colpito il marito, il fotografo Abraham Williams. «Non posso in buona coscienza chiedergli di affrontare questa battaglia da solo mentre io continuo a ricoprire un incarico così esigente e gravoso», ha scritto Gabbard, ringraziando il presidente Trump per la fiducia riposta in lei in questo anno e mezzo di mandato.
Pronta la reazione di Donald Trump, che sul suo network Truth Social ha congedato la funzionaria tessendone le lodi: «Tulsi ha fatto un lavoro incredibile e ci mancherà molto. Suo marito Abraham sta combattendo una dura battaglia e lei, giustamente, vuole stare al suo fianco». Al suo posto, come direttore ad interim, subentrerà l’attuale vice, Aaron Lukas.
Eppure, nei corridoi di Langley e tra i corridoi del Congresso, l’unanimismo di facciata non basta a nascondere pesanti retroscena. Se il dramma familiare è tragicamente reale, diverse fonti vicine alla Casa Bianca e d’intelligence – rilanciate nelle ultime ore da Reuters – sussurrano una verità più complessa: Tulsi Gabbard sarebbe stata «accompagnata alla porta». Dietro l’addio della zarina dell’intelligence si celerebbe una profonda, e ormai insanabile, frattura geopolitica e strategica con l’ala più oltranzista dell’amministrazione Trump.
Gabbard, nota fin dai tempi della sua militanza nel Partito Democratico per le sue posizioni fortemente scettiche nei confronti dell’interventismo militare americano all’estero, si è trovata negli ultimi mesi in rotta di collisione con la linea dura della Casa Bianca. Le tensioni sono degenerate in concomitanza con l’escalation militare in Medio Oriente e, soprattutto, con la gestione della crisi in Venezuela.
Isolata e progressivamente esclusa dai tavoli decisionali strategici – come la pianificazione delle operazioni per la cattura di Nicolás Maduro –, Gabbard aveva mostrato segni di insofferenza anche sulla gestione del dossier iraniano. Lo scorso marzo, lo stesso Trump aveva pubblicamente punzecchiato la sua direttrice dell’intelligence, definendola «troppo morbida» nel contrastare le ambizioni nucleari di Teheran. A far precipitare il quadro sono state anche le recenti dimissioni del suo più stretto consigliere e capo dell’antiterrorismo, Joe Kent, il quale ha lasciato l’incarico polemizzando apertamente contro l’influenza di attori esterni sulla politica estera statunitense.
Il ritiro di Gabbard segna una perdita importante per la base populista di Trump, che in lei vedeva l’ariete ideale per smantellare lo “Stato profondo” (il cosiddetto Deep State). Durante i suoi sedici mesi alla guida della National Intelligence, la direttrice aveva avviato una radicale ristrutturazione delle agenzie, smantellando i programmi per la diversità e l’inclusione (DEI), desecretando oltre mezzo milione di pagine di documenti sensibili – inclusi file sul Russiagate e sull’assassinio di JFK – e istituendo un controverso gruppo di lavoro contro la “politicizzazione” delle istituzioni federali.
Gabbard è solo l’ultimo peso massimo di una lunga scia di addii che sta decimando il gabinetto presidenziale in questo 2026, dopo le eccellenti defezioni dell’Attorney General Pam Bondi e della responsabile dell’Homeland Security Kristi Noem. Segno evidente che l’equilibrio alla corte di Donald Trump, tra fedeltà assoluta e pragmatismo geopolitico, è un esercizio di potere sempre più instabile.





