Il Mossad in palestra e l’anello di fidanzamento: i segreti dei cercapersone-bomba
Ariel Piccini Warschauer.
Il 17 e il 18 settembre 2024 il mondo ha assistito a quello che molti analisti hanno definito il più straordinario e devastante attacco di cyber-sabotaggio della storia contemporanea. In poche ore, l’imponente esercito di Hezbollah – forte di un arsenale di 150.000 razzi e di una rigida compartimentazione della sicurezza – è stato letteralmente messo in ginocchio dall’esplosione simultanea di migliaia di cercapersone e walkie-talkie da Beirut a Sidone. Un’operazione da 007 che oggi, a distanza di quasi due anni, si arricchisce di dettagli inediti e sbalorditivi grazie alle rivelazioni di chi quella missione l’ha vissuta e coordinata dall’interno del Mossad.
A rompere il silenzio è “Adam Feyn” uno pseudonimo scelto dall’agente israeliano oggi in pensione, che ha affidato alle pagine del suo libro Hoda’ah Goralit (Messaggio Fatale), i retroscena di un piano concepito da lontano e quasi saltato a un passo dall’obiettivo.
Il primo grande shock logistico per il Mossad si consuma a marzo 2024. Fino a quel momento, la rete di aziende di facciata create dagli israeliani – tra cui la BAC Consulting dell’ungherese Cristiana Barsony-Arcidiacono, svanita nel nulla subito dopo l’attacco – gestiva la fornitura a Hezbollah di circa 500 cercapersone all’anno. Ma improvvisamente il gruppo terroristico libanese, ossessionato dal rischio che l’IDF intercettasse gli smartphone, decide di cambiare radicalmente i propri sistemi di comunicazione e ordina 5.000 dispositivi in un colpo solo.
All’interno del quartier generale del Mossad scoppia il panico. Molti alti ufficiali spingono per rifiutare la commessa: i tempi sono troppo stretti, il rischio di commettere errori fatali nell’inserimento del micro-esplosivo è altissimo e, soprattutto, manca lo spazio fisico sicuro per assemblarli. È qui che il capo del Mossad, David Barnea, prende una decisione d’impeto poi rivelatasi azzeccata: ordina di requisire temporaneamente la palestra e le aree ricreative dell’agenzia di spionaggio, trasformandole in linee di montaggio clandestine e blindatissime. Nel libro si consumano anche scene surreali, con agenti operativi lasciati all’oscuro che si presentano in tenuta ginnica e vengono respinti da guardie armate a causa di non meglio specificate «attività top secret in sala pesi».
Infiltrarsi nella catena di fornitura di una milizia paranoica come quella di Hezbollah richiede un’attenzione maniacale. I tecnici del partito sciita legato all’Iran, controllano ossessivamente ogni spedizione, ma cercano microspie, non esplosivi. Eppure, a luglio 2024, un esperto informatico di Hezbollah si avvicina pericolosamente a scoprire la verità.
Il Mossad non può permettere che il castello di carte crolli esponendo i suoi uomini a ritorsioni. In una riunione d’emergenza con l’Aeronautica militare viene orchestrata un’operazione fulminea: gli israeliani ingannano il tecnico libanese, attirandolo fuori da Beirut con un pretesto e spingendolo verso il Libano meridionale. Lì, un jet con la stella di Davide lo elimina in un raid mirato. Per prendere tempo, il Mossad intercetta e congela l’ultimo messaggio inviato dall’esperto alla casa madre taiwanese Gold Apollo, paralizzando i controlli interni dei terroristi per le settimane successive.
Il pericolo maggiore, tuttavia, non arrivava da Beirut, ma da Teheran. I sistemi di controllo iraniani sono infinitamente più sofisticati di quelli libanesi. A metà settembre, un operativo di Hezbollah pianifica di portare uno dei cercapersone sospetti in Iran per farlo analizzare dai tecnici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran). È la classica “linea rossa”: se il dispositivo entra in un laboratorio di Teheran, l’operazione è morta.
Questo scenario accelera i piani, aprendo però una faglia profonda tra l’intelligence e i vertici dell’esercito israeliano (IDF). Il capo di stato maggiore Herzi Halevi frena: l’esercito non è ancora pronto a una guerra totale su due fronti, mancano munizioni e la difesa aerea è sotto pressione.
Pochi giorni prima del 17 settembre, in una riunione drammatica con Benjamin Netanyahu, Halevi usa una metafora matrimoniale: «Se compri un anello di fidanzamento, non significa che tu debba sposarti per forza se il tempismo è sbagliato». La risposta del Mossad, condensata nelle parole dei suoi ufficiali, è tranchant ed evocativa: «Un conto è ripensare al matrimonio nel vuoto; un altro è se lo sposo ha già messo incinta la sposa». Tradotto: la macchina è avviata, il parto della storia è imminente, fermarsi ora significherebbe sprecare anni di infiltrazioni irripetibili e di lavoro ad altissimo livello.
L’ultimo giallo riguarda il giorno dopo, il 18 settembre. L’IDF trema all’idea di attivare immediatamente anche la seconda tranche del piano, quella legata ai walkie-talkie (un’operazione parallela, nata addirittura nel 2014). I generali temono che il doppio colpo possa provocare una reazione di Hezbollah talmente violenta da costringere Israele a un’invasione di terra prematura nel Libano del Sud. Preferiscono aspettare e vedere l’effetto dei cercapersone.
Netanyahu dà invece ragione all’intelligence: i walkie-talkie esplodono ventiquattr’ore dopo, gettando la leadership di Hezbollah in un baratro di paranoia assoluta. Nessuno si fida più di nessun oggetto elettronico, le comunicazioni saltano e l’IDF può dare il via alla campagna aerea che culminerà con l’eliminazione di Hassan Nasrallah.
Resta lo sfondo umano. Adam Feyn non nasconde il prezzo altissimo pagato dalle famiglie degli agenti, costretti a sparire per mesi o a simulare una normalità impossibile al telefono. Ma la conclusione dell’insider è una rivendicazione di efficacia spyistica: al di là dei numeri dei danni, i cercapersone-bomba hanno ottenuto il risultato psicologico decisivo. Hanno spezzato lo spirito del nemico e il suo senso di onnipotenza.





