Anpi, Arci e Cgil si interrogano sul gruppo di giovani di Siena perquisiti e danno la colpa al governo
Quanto emerso dall’inchiesta che ha coinvolto alcuni giovani della nostra città
non può essere archiviato come una semplice bravata, né come un episodio
isolato destinato a suscitare indignazione per pochi giorni.
È fin troppo facile, e di nessuna consolazione, prendere atto che chi afferma
l’inattualità dell’antifascismo (con la ricorrente litania secondo cui il fascismo
sarebbe finito nel 1945) è in perfetta malafede, o, nella migliore delle ipotesi,
non conosce la realtà, ed è di conseguenza logico riconoscere all’iniziativa delle
forze dell’ordine il merito di aver portato alla luce una realtà che sentivamo e
vedevamo crescere negli ambienti più intimi della nostra città e della nostra
provincia. Dalle scritte ai cori, dagli insulti alle minacce, all’ostentazione di
simboli fascisti. Niente di nuovo, per chi come noi fa della militanza antifascista
la propria ragion d’essere. Niente di male, al contrario, per altri soggetti della vita
politica e culturale, che niente hanno fatto per impedire che il neofascismo
prosperasse tra i giovani magari mascherato da formale accettazione delle
regole democratiche nelle competizioni elettorali per gli organi di governo della
scuola, delle università, delle istituzioni.
I 13 ragazzi minorenni denunciati a Siena per vari e gravissimi reati, che vanno
dalla detenzione di armi all’apologia di fascismo, dall’istigazione all’odio razziale
e omofobo al possesso di materiale pedopornografico e violento, sono purtroppo
reali e, benché la notizia abbia raggiunto la città destando stupore,
preoccupazione ed inquietudine, sono figli di una cultura politica che non
dobbiamo mai cessare di ripudiare. Fatti che ci obbligano a guardare dentro la
nostra comunità, dentro il clima culturale e politico cresciuto intorno a noi. I
social e le chat frequentati da quei giovani (una delle quali chiamata “Partito
repubblicano fascista”) sono intrisi di contenuti suprematisti, di esaltazioni di
Hitler e Mussolini, di incitamento all’uso di armi ed esplosivi ai danni di persone
immigrate, contro cui pare che i giovani senesi stessero progettando spedizioni
punitive. Solo pochi giorni fa, a Taranto, Bakari Sako è stato ucciso a coltellate
da cinque giovanissimi, nel silenzio glaciale della Presidente del Consiglio e dei
suoi Ministri. La notizia dell’iniziativa degli inquirenti ha sovrastato il delirio
razzista che ha, al contrario, accompagnato l’atto criminale di Modena, con tanto
di ipotesi di cancellazione della cittadinanza. Adesso tocca a noi, alla tranquilla eoperosa Siena, interrogarsi sulla “cittadinanza” prevista e richiesta dalla nostra
Costituzione. La norma finale e transitoria che impedisce la ricostituzione del
partito fascista è stata disattesa così tante volte da farci temere che anche
questa volta possa essere aggirata. L’indulgenza mostrata nei confronti dei
macabri rituali del “presente”, lo spazio mediatico generosamente offerto ai
teorici della stirpe italica (Meloni compresa, stando alle sue stesse parole),
adesso rivela i suoi frutti.
Sappiamo dove dobbiamo rintracciare le matrici della violenza che si radica nei
giovani delle nostre città, soprattutto se il ciarpame ideologico di cui sono
circondati è lo stesso esaltato da un Governo a cui non fanno difetto la stessa
retorica e le stesse parole d’ordine (remigrazione, sovranismo, sostituzione
etnica), che non fa un passo per sciogliere le organizzazioni fasciste, in aperta
opposizione alla legge, e vara, come unici provvedimenti per garantire la
sicurezza sociale, decreti che vanno nella direzione della repressione del
dissenso verso chi governa. Ora spetta a Siena fare i conti con la superficialità
con cui manifestazioni chiaramente razziste verso “i neri”, “i diversi”, “i terroni”,
sono state accolte come bravate. Un deficit di formazione e di consapevolezza
storica e politica che lascia le giovani menti esposte al richiamo verso
un’ideologia di sopraffazione, imprimendo alle loro esistenze una deriva violenta
e criminale. Non chiederemo di cancellare la loro “cittadinanza” e neppure di
“sbatterli in galera”, dove seppure minorenni il decreto Caivano li destinerebbe,
condannandoli ad un ulteriore perfezionamento criminale. Chiediamo alla città, a
tutti noi, di assumere il compito di operare per correggere questa generazione
smarrita. Chiediamo alle istituzioni scolastiche di incrementare la formazione ad
una cittadinanza rispettosa dei valori costituzionali, democratici e di memoria
storica; alle Contrade, alle società sportive e alla società civile tutta di isolare i
seminatori di odio e di nostalgie fasciste. Chiediamo alle istituzioni cittadine e
alle forze politiche che le governano di bandire ogni ulteriore ambiguità e di
schierarsi dalla parte giusta della storia. Non basterà una sbrigativa presa di
distanza, né basterà l’eventuale condanna di un branco di ragazzini ad
assolvere le responsabilità collettive di chi non ha saputo o voluto riconoscere
che un futuro di civile e democratica convivenza può esistere solamente nel
segno dei valori dell’antifascismo.
Anpi, Arci, Cgil





